Il Glastonbury Fest quest’anno ha avuto un grande e indiscusso protagonista: la politica, specificatamente per la difesa della Palestina.
C’è un festival, in Europa, che da sempre prova a tenere insieme utopia, cultura pop e dissenso. Quest’anno, però, il Glastonbury si è riscoperto campo di battaglia geopolitico: un gigantesco palco dove la Palestina, la libertà di parola e i nervi scoperti della politica britannica si sono incontrati sotto il sole (e il fango) di Worthy Farm.
Domenica si è chiuso l’evento musicale più iconico del continente, e a far discutere non sono stati solo i big della line-up, ma i messaggi (chiari e taglienti) espressi dai musicisti sul palco e dal pubblico sotto di esso. Bandiere, kefiah, striscioni e cori: Free Palestine non è rimasto uno slogan da social, ma si è fatto coro collettivo. E il Regno Unito, già sfilacciato da crisi interne e spaccature internazionali, non l’ha presa bene.
Glastonbury Fest e Palestina Libera!
Tutto era iniziato ancora prima delle chitarre. Le associazioni ebraiche e i politici più vicini a Israele avevano messo nel mirino i Kneecap, trio hip hop nordirlandese che definisce la causa palestinese una resistenza anticoloniale. Uno di loro, Liam Óg Ó hAnnaidh, è accusato di terrorismo per aver gridato «Viva Hamas, viva Hezbollah» e sventolato la bandiera di Hezbollah a Londra. Non proprio folklore
Il premier Keir Starmer aveva bollato come «non appropriata» la loro presenza. La BBC — l’emittente ufficiale del festival — ha provato a metterci una pezza, tagliando la diretta del loro concerto. Risultato: sabato, sul palco, Ó hAnnaidh ha cantato con la kefiah e DJ Próvai si è presentato con la maglietta «We are all Palestine Action», un gruppo che Londra vorrebbe sciogliere come “terroristico”. Dal pubblico: cori di «fuck Keir Starmer!». L’arte pop, qui, è meno carina e più politica.
Dissenso dal palco, sostegno dal pubblico
Non è bastato. Prima di loro, i Bob Vylan avevano scaldato gli animi con un coro “morte alle IDF”, rivolto all’esercito israeliano, e accuse dirette alla BBC (fonte: ilPost):
“Le Nazioni Unite lo chiamano genocidio, la BBC lo chiama conflitto”.
Sullo schermo, un avviso vago
“Questa esibizione contiene contenuti politici”
buono solo a far infuriare i ministri. Il governo ha chiesto spiegazioni, il video è sparito dall’iPlayer. Ma le immagini, ovviamente, sono sopravvissute ovunque. A Worthy Farm, intanto, la platea non è rimasta a guardare. Bandiere palestinesi, kefiah e slogan. Un campo di battaglia simbolico, dove la musica ha spinto fuori la rabbia di chi non vuole far passare Gaza per “danno collaterale”. Nilufer Yanya ha srotolato un
“Free Free Palestine”
gigantesco. Charli XCX, lontana dal fango, ha difeso il diritto a far discutere:
“La migliore arte divide, provoca, non si fa dimenticare”.
La reazione del governo alla svolta del Glastonbury Fest in difesa della Palestina
La reazione è stata goffa, a tratti patetica. Starmer e i suoi ministri si sono stracciati le vesti per i cori anti-israeliani, ma Glastonbury non è mai stato un garden party. L’ambasciata israeliana accusa il festival di “incitamento all’odio”, la polizia minaccia di passare al setaccio ore di riprese. Emily Eavis, storica anima dell’evento, prende le distanze ma difende la libertà sul palco:
È inevitabile avere artisti con idee che non condividiamo.
La verità è semplice: in un Regno Unito dove la politica ha imparato a disinnescare il dissenso tra talk show e social media, Glastonbury è rimasto uno degli ultimi spazi dove la rabbia si sente ancora dal vivo, in diretta. E se nel 2025 un festival musicale riesce a spaventare un governo, vuol dire che forse la musica non è così innocua come a molti piacerebbe far credere. In fondo, se c’è qualcosa che resta di Worthy Farm, non è solo il fango, ma il ricordo che, ogni tanto, la cultura pop sa ancora dire quello che la politica non vuole sentire. E che la Palestina, almeno per qualche ora, è riuscita a sventolare tra le mani di migliaia di persone che non ci stanno a chiamare genocidio una semplice “crisi”.
Maria Paola Pizzonia, Autore presso Metropolitan Magazine





