A prima vista, il nome dato dagli Zen Circus al loro nuovo album potrebbe risultare semplice e, per alcuni versi, trito e ritrito; eppure, come la cronaca quotidiana non smette mai confermarci, la banalità del male è solo un illusione. Si chiama proprio Il Male il tredicesimo disco della band fondata a Pisa nel 1994, disponibile in formato fisico e digitale da oggi, 26 settembre, e prodotto da Carosello Records. Undici tracce che riportano l’ascoltatore al sound ruvido e sfacciato delle origini del gruppo e che, nel complesso, formano una delle opere più politiche della carriera di Andrea Appino, Massimiliano “Ufo” Schiavelli e Karim Qqru.
Gli spunti di riflessione, dopotutto, non mancano: basta accendere la TV o aprire un quotidiano. Quella narrata dal trio, tuttavia, è una forza oscura che proviene dall’interno, presente in ognuno di noi, e che non va necessariamente respinta. Appino spiega: «Negli ultimi anni il male è stato rimosso dalla narrazione pubblica e artistica. Bandito dai social e sostituito da un bene pubblicitario, un bene da cartolina. Ma così il male diventa invisibile in superficie e ancora più profondo. Noi abbiamo fatto quello che ci riesce meglio. Facciamo fotografie impietose, dando voce anche agli antagonisti, quelli che riconosciamo fuori e dentro di noi. Guerre, violenza, odio».
«Il male», sostiene, «non è più solo una faccenda personale, non si nasconde più. Ma allontanarlo dalla cultura e dall’arte non lo cancella. Genera rabbia repressa, gente che schiuma odio. Stando alle canzoni che escono, oggi dovremmo vivere in uno dei mondi più belli possibili. Noi però non siamo interessati a un’arte che sia solo balsamo o intrattenimento. La musica non deve consolare, deve raccontare anche l’ombra. Deve essere un tentativo di restituire la complessità delle cose, anche quando è scomoda».
Il nuovo album degli Zen Circus, tra nostalgia, rabbia e vuoti da (non) colmare

Il disco si apre con la title track, una scheggia dalle sonorità punk rock che introduce chiaramente l’e intenzioni dietro l’anima del nuovo progetto della band. Non c’è spazio per i buoni sentimenti e per le canzoni d’amore. Gli Zen sono interessati alle ombre dei nostri cuori, e hanno tutte le intenzioni di scavarci dentro. Si passa poi all’ironia velata di Miao, che parte in acustico e finisce urlando, mentre racconta lo scontro surreale tra gatti di razza e randagi e che, naturalmente, non parla davvero di felini. «I miei vent’anni sono volati mentre sussurravo al vento» è una mazzata intercostale che tutti gli over 30 in ascolto sentiranno forte e chiara in È solo un momento, un inno generazionale dedicato a tutti coloro che, almeno una volta nella vita, hanno visto sminuiti i propri disagi.
Un bicchiere di Braulio è il punto di partenza di Meglio di niente, cronaca dolceamara di un’assenza, una canzone sognata «come McCartney e Yesterday», ma che non ha la pretesa di andare a riempire un vuoto; semplicemente, spera di soffiar via qualche granello di polvere dal cuore. Seppur con premesse diverse, Novecento è una versione 2.0 è più incarognita di Nuntereggae più, celebre brano del 1978 di Rino Gaetano. Nel calderone degli Zen Circus finiscono in modo indistinto Bin Laden, il buco nell’ozono e il povero Gerry Scotti; del secolo che li ha visti nascere, «rimane soltanto la puzza dei corpi incendiati e lasciati a marcire».
“Il Male” siamo anche noi, ma non è necessariamente una brutta cosa
Caronte ci traghetta verso la seconda metà dell’album, e lo fa con una patina spessa di malinconia. Il pezzo ci fa navigare a vista nel mare dei ricordi di Appino, che scivolano su un flusso di coscienza agitato da onde di rimpianto. Vecchie troie, come già il titolo suggerisce, è una sferzata d’ironia e sfrontatezza, un pot pourri di invettive e anatemi “da boomer” che fanno riacquistare al disco velocità e leggerezza. A calmare le acque interviene Un milione di anni, una ballad introspettiva che si concentra sul bisogno di non essere dimenticati. Tutti temiamo l’oblio e, a mantenere sempre accesa la fiammella della speranza, è l’idea di continuare a vivere attraverso la memoria delle persone che ci amano.
Virale è una fotografia brutale della società contemporanea, fondata sul soddisfacimento immediato di bisogni effimeri. In un mondo che si regge sull’apparenza e sull’invidia verso il prossimo, a generare terrore dovrebbe essere l’idea di appiattirsi, in nome di una tranquillità forzata. Una calma superficiale che diventa velocemente noia, consumandoci da dentro. Adesso e qui è un tuffo nell’infanzia dei tre artisti; cresciuti a pane e consigli non richiesti, sono figli di una generazione caricata oltremisura di aspettative, poi disattese. Il passato opprimente e l’ansia del futuro ostacolano la possibilità di vivere appieno il presente, mentre la vita scorre, inesorabile. Si arriva, dopo una serie di montagne russe emotive, a La fine, pezzo conclusivo de Il Male. «Le canzoni alla radio sono il male e tu lo sai», sentenziano, ma sono anche l’antidoto a un mondo avvelenato.
Andrea, Ufo e Karim non sono più i tre ragazzi arrabbiati degli esordi; il sentimento è rimasto, ma ha assunto una connotazione diversa, che non vuole essere necessariamente di rassegnazione. Gli Zen Circus non si propongono come eroi, né come villain; sono antagonisti, molto spesso di loro stessi. «Adesso il male siamo noi», cantano a chiusura del brano e, a volte, va bene così.
Federica Checchia





