La parabola di vita che ha investito la genesi, la produzione e la distribuzione di Gloria! sa di necessità ancestrale e personale. Perché l’opera prima di Margherita Vicario ha tutta l’aria di essere una pellicola nata dall’esigenza tutta della regista di raccontare un certo tipo di storia. Di mettere in scena quell’immagine e quel racconto ma, soprattutto, di farlo ascoltare. Perché l’elemento cardine di tutta la pellicola è, senza ombra di dubbio, la musica. Come elemento nella grammatica cinematografica, si, ma anche come vero e proprio cardine narrativo. Infatti la carriera di Margherita Vicario inizia proprio dalla musica. E quindi Gloria!, oltre ad essere un bellissimo film, è anche la manifestazione della volontà di mettere in campo la musica come personaggio attivo. E l’unione tra le due arti forgia un esordio fantastico.
L’intero decoupage del film viene invaso dalla musica e ne viene permeato, fino a far diventare l’elemento musicale la stessa istanza narrante. E la forza di una regista come Margherita Vicario si vede anche in questo. Nella capacità di saper far narrare non solo alle parole o alle immagini, ma al valore melodico che scaturisce da quelle stesse immagini. E la particolarità di Gloria! è il fatto che il film non è assolutamente un musical, ma un dramma che pone sinfonia e canzone al centro, le rende protagoniste indiscusse. Nelle necessità dei personaggi, nelle loro azioni e nei loro dialoghi. Il tutto attraverso una lente di rivalsa e riscatto al femminile costruita magistralmente.
Gloria!: tempo, spazio e ritmo

Ciò che rende particolare Gloria! è l’impossibilità di una sua vera collocazione temporale e spaziale. Si, sappiamo che ci troviamo Nella Venezia di fine Settecento, ma la contaminazione tra musica da camera e contemporanea pone il film in una dimensione tutta sua. E lo spazio non è quello di Venezia, ma di un istituto educativo per orfane dove la musica viene insegnata con i metodi più classici. E se le linee narrative e l’impianto sociale hanno un eco vagamente alla Jane Austen (non che ci sia nulla di male, anzi) è la primissima sequenza a porre le basi di quello che sarà, in realtà, il film. Nell’istituto, dove le faccende domestiche sono giornaliere, colpi di scopa, vesti lavati e panni stesi ad asciugare, nella testa della protagonista Teresa si fanno musica, indicandoci come tutto è sinfonia, come tutto nella pellicola è guidato dal sonoro e può essere armonia.
Teresa, dal canto suo, è la sguattera dell’istituto. Muta, probabilmente dalla nascita (capiremo poi il perché), passa le giornate badando alle faccende per le ragazze dell’istituto a cui viene insegnata l’arte musicale. Il maestro del coro e insegnante è Perlina, prete con ben poca fede e un segreto oscuro. Sono due arrivi a sconvolgere le vite dell’istituto: quello di Papa Pio VII tra poche settimane e quello di un pianoforte a coda, considerato strumento rivoluzionario e quindi del diavolo. Sarà Teresa ad accorgersi del suo arrivo nelle cantine dell’istituto, attirando con la sua musica le attenzione delle ragazze. Di notte, Lucia, Bettina, Marietta e Prudenza passano il tempo con Teresa e il nuovo strumento, prima rivaleggiando per usarlo poi creando un rapporto d’amicizia con la ragazza dalle mani (e orecchio) d’oro. La sua musica viene definita “da strega” perché lontana dal tempo, quasi proveniente da un’altra dimensione. Ma questo sarà proprio il motivo che porterà le ragazze a ribellarsi contro Perlina e i suoi modi, alla ricerca di una loro indipendenza fisica e musicale. Nello sfondo della rivoluzione francese, avviene una rivoluzione musicale all’interno dell’istituto di Sant’Ignazio.
Saper dirigere
E se l’ambiente del racconto è chiuso, non lo è di certo la vitalità di tutte le personalità in campo. Da Galatea Bellugi nei panni di Teresa. Da Carlotta Gamba con una magistrale Lucia. Fino a Maria Vittoria Dallasta e Paolo Rossi in un ruolo drammatico. Sintomo di come Margerita Vicario sia capace di tirare fuori il meglio dalle sue attrici. Ma anche a livello tecnico il film è sorprendente. Se gli interni sono scuri, quasi asfissianti, le esterni sono luminosi e pieni di vita grazie al lavoro straordinario di Gianluca Palma. E il gusto registico rimanda tanto ad un gusto quasi alla Barry Lyndon. La camera non è quasi mai ferma, ma sinuosamente si muovo adattandosi alla protagonista del film, la musica. Il tutto evitando sorprendentemente retorica facile e rabbia cieca. Anzi, tutto attraverso un gusto gioioso e solare. E il finale ne è l’indice perfetto. In un concerto alla Sister Act, il sorriso distrugge le barriere e i soprusi, andando a riconquistare il posto che spetta di diritto al femminile nel mondo. Il sorriso e la musica sfondano e svecchiano alcuni meccanismi radicati. Ne fanno anarchia e rivoluzione, atto d’amore e volontà del proprio io. Proprio come fa Margerita Vicario con il cinema italiano.
Alessandro Libianchi
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