Cultura

Antonio Gramsci, il comunista abbandonato

Antonio Sebastiano Francesco Gramsci nasce ad Ales, in Sardegna, il 22 Gennaio 1891. Intellettuale di spicco nel panorama italiano dell’ermeneutica marxista, fu tra i fondatori del Partito Comunista nel 1921, assumendone, successivamente, la segreteria generale dal 1924 al 1927.

Eletto deputato del Regno d’Italia nel 1924, dovette fronteggiare l’ascesa del Regime Fascista e la crisi del Partito Comunista stesso. Grazie alle sue riflessioni politiche e un’attenta visione della società, Gramsci traghetta il Partito non più verso intenti settari esclusivamente insurrezionali ma perpetua un’idea unitaria con altre forze socialiste. Obbiettivo: contrastare il movimento Fascista che ormai stava assumendo sempre più una feroce egemonia. A nulla valsero i suoi sforzi. Nel 1925 con l’approvazione delle Leggi Fascistissime qualsiasi partito, all’infuori di quello Fascista, viene dichiarato illegale, PCd’I compreso. La polizia di regime arresta Antonio Gramsci, è il 1926.

Antonio Gramsci, Lettere dal carcere

Un giovane Antonio Gramsci
Un giovane Antonio Gramsci

L’opera è una raccolta postuma di tutti i contatti epistolari che Antonio Gramsci ha intrattenuto negli anni della sua prigionia. L’uomo, l’intellettuale e il politico in queste lettere prendono forma: una vita di profonda riflessione politica e sociale e di intensi studi si sublima tra le mura della cattività. La casa editrice Einaudi nel 1947 pubblica una raccolta di queste lettere, sono 218. Tuttavia il numero non rispecchia l’effettivo carteggio intercorso tra Gramsci e il mondo esterno: se alcune lettere non hanno avuto modo di essere reperite altre, a causa di argomenti di natura sentimentale e personale, non hanno trovato la luce in virtù di una rispettosa scelta nei confronti dell’uomo. Attraverso diverse riedizioni e scoperte di nuovi testi, tuttavia, nel 1996 Sellerio pubblica l’opera completa contenente la totalità del carteggio gramsciano.

I maggiori protagonisti del trascorso epistolare sono il suo nucleo familiare d’origine e quello con la moglie, Giulia Shucht. La critica, in primo luogo quella di Benedetto Croce, non tarda ad intuire subito un valore collettivo dei testi. L’umanità pregnante e i contenuti di una profondità introspettiva e analitica conferiscono al carteggio la dignità di assurgere a opera universale. Lo stile è estremamente chiaro, non privo di ironia e soprattutto costellato di rimandi letterari e di immagini dalla forte potenza suggestiva. La tecnica, o la natura, della divagazione fanno trapelare l’uomo nelle appassionate considerazioni politiche e sociali circa le dinamiche che, al di fuori della sua cortina di ferro, si stavano consumando.

Il pensiero e l’isolamento

Spicca tra le lettere una meteora che causerà un forte periodo di travaglio nella persona di Antonio Gramsci: è la “strana” lettera di Ruggero Grieco, dirigente del Partito. L’equivocità della lettera porta ad intuire che sia stata perpetrata un’azione ai danni del detenuto. Gramsci stesso riporta un commento del commissario alla consegna della lettera in cui lo ragguaglia del fatto che probabilmente vi fossero “amici” i quali avrebbero gradito che il deputato rimanesse in carcere ancora a lungo. Antonio Gramsci sente forte l’abbandono da parte del suo Partito e interrompe i rapporti definitivamente. Il dolore di un tale affronto è troppo. Non sono difficili da intuire le motivazioni dei dissidi: le tesi moscovite sono troppo radicali per Gramsci il quale intuisce l’inattuabilità di una rivoluzione esclusiva. Pertanto propone un patto costituzionale tra tutte le forze politiche democratiche, borghesia compresa. I socialfascismi, da lui chiamati, non possono essere la cura per ricostruire una realtà sociale fondata sull’equità e principi di democrazia.

La rivoluzione deve partire prima di tutto da un radicale cambiamento culturale delle classi sociali. L’egemonia culturale, afferma Gramsci, è alla base di un potere di autodeterminazione che muove dall’alto verso le classi sociali più basse. La soluzione che propone il fondatore del Partito Comunista è portare le classi subalterne e proletarie ad una autoconsapevolezza della propria funzione. La rivoluzione culturale può avvenire solo nel caso in cui si organizzi grazie al lavoro di intellettuali capaci di un’elaborazione filosofica e concettuale, non elitari ma organici alle classi operaie, una vera propria filosofia della praxis. Congettura e pratica si incontrano per la rifondazione di una nuova egemonia culturale. Se Marx gridava a gran voce proletari di tutto il mondo unitevi, Gramsci esorta alla conoscenza e alla sistematicità intellettuale. La forza dell’uomo sta nella sua cultura.

Paolo de Jorio

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