Come mai la guerra sta mettendo a rischio la popolarità di Donald Trump? Il Medio Oriente incendia la destra americana: nel movimento MAGA è scontro tra isolazionisti e neocon travestiti.
Nel cuore del trumpismo sta maturando una frattura che parla più di Washington che di Teheran. La possibilità che gli Stati Uniti si uniscano a Israele in un attacco contro l’Iran ha fatto saltare l’equilibrio interno al movimento MAGA, il “Make America Great Again” che da anni fa da cornice ideologica al populismo americano. Il paradosso è che a guidare la spaccatura non è l’opposizione, ma i trumpiani più trumpiani, quelli che nel nome dell’isolazionismo anti-establishment ora accusano la propria parte di prepararsi a un’altra guerra inutile.
Il caso Cruz-Carlson: il trumpismo si accusa in diretta
Il simbolo della rottura è andato in onda in diretta televisiva: il senatore repubblicano Ted Cruz, invitato dal giornalista ultraconservatore Tucker Carlson, viene messo all’angolo in un’intervista che sembra una resa dei conti. Cruz sostiene un intervento armato contro l’Iran. Carlson lo incalza con domande banali ma implacabili:
“Quante persone vivono in Iran?”
“Non lo so.”
“Vuoi rovesciare un governo che nemmeno conosci?”
Il video rimbalza in rete. Ed è una bomba ideologica. Perché non è la sinistra a smascherare i falchi: è la destra che ha rotto con la guerra a chiedere conto a se stessa.
MAGA contro MAGA: le due anime della destra trumpiana
Da un lato ci sono i populisti isolazionisti, radicati nell’idea che l’America non debba più “costruire nazioni” a colpi di bombe, che la lunga stagione dell’Iraq e dell’Afghanistan sia stata un disastro non solo geopolitico, ma morale. È questa la corrente che fa capo a Carlson, Steve Bannon, Marjorie Taylor Greene. E che accusa apertamente la nuova tentazione interventista della destra:
Non possiamo permetterci un altro Iraq.
dice Bannon.
Chi invoca la guerra con l’Iran non è davvero America First.
scrive la Greene su X.
Dall’altro lato ci sono i neocon mascherati, tornati sotto le insegne MAGA ma mai convertiti davvero. Sono i repubblicani “pentiti” del passato che oggi, senza dirlo, ripropongono lo stesso schema: rovesciare un regime ostile, sostenere Israele in modo incondizionato, vendere la guerra come opportunità storica. Ted Cruz è uno di loro. Lindsey Graham un altro. Fox News, con Mark Levin in prima linea, ha già preso posizione: “Israele porrà fine alla guerra infinita. E con Trump, anche noi”.
La guerra mette Trump tra due fuochi
Donald Trump, come sempre, gioca su più tavoli. Da un lato, flirta con l’intervento: “Potrei farlo, potrei non farlo”. Dall’altro cerca di restare il leader che “non porta l’America in guerra”, come aveva promesso fin dal 2015. Il suo discorso recente a Riad, in Arabia Saudita, è stato un manifesto anti-interventista: ha attaccato i nation builder, i neocon, le ONG di sinistra che avrebbero devastato Kabul e Baghdad senza capire le società che invadevano. Ha presentato il successo di Riad e Abu Dhabi come alternativa al modello occidentale di “esportazione della democrazia”.
Ma la retorica anti-imperialista del trumpismo entra in cortocircuito nel momento in cui l’unica eccezione resta Israele. L’appoggio a Netanyahu – e in particolare al suo governo di estrema destra – è uno dei pilastri non negoziabili della politica estera trumpiana. E oggi questa fedeltà rischia di trasformarsi in un’alleanza bellica.
La guerra incalza, Trump vacilla: la fine del mito isolazionista?
Il punto politico è chiaro: il trumpismo è nato anche e soprattutto contro le guerre infinite, e ha costruito la sua legittimità sulla stanchezza dell’opinione pubblica americana verso le operazioni militari all’estero. Ma ora una parte di quel movimento sembra pronta a tradire le sue stesse promesse, convinta che la crisi in Iran possa essere una “vittoria facile”. Trump annusa l’opportunità di intestarsi il successo – se arriva – e riportare l’America in guerra senza pagarne il costo politico. Ma la base non è compatta.
Nelle sue dichiarazioni recenti, il presidente minimizza la frattura:
Ci sarà sempre qualcuno scontento. Ma ci sono anche persone molto contente, e altre che non possono credere a quello che sta succedendo, sono felici
. È la sua solita formula: evitare di decidere, e vedere chi resta in piedi quando la polvere si posa. La destra americana è davanti a uno specchio. E non le piace quello che vede. Il movimento che aveva promesso di chiudere i conflitti eterni oggi rischia di aprire una nuova guerra, col vecchio trucco della libertà da esportare a suon di droni. Ma la retorica MAGA è un’arma a doppio taglio: chi ha giurato che “l’America non costruisce più imperi”, non può pretendere che basti cambiare target per legittimare l’ennesima invasione.
Se davvero la dottrina è “America First”, allora la domanda è semplice: che cos’ha a che fare l’ennesima guerra in Medio Oriente con l’America?
Maria Paola Pizzonia





