Con l’89 per cento dei voti a favore, la Guinea ha approvato, con un referendum, una nuova costituzione. Essa segna la fine ufficiale della transizione avviata dopo il colpo di stato del 2021. Ma dietro l’apparente consolidamento democratico si profila il rafforzamento del potere personale del colonnello Mamadi Doumbouya. C’è stata una partecipazione massiccia, nonostante il boicottaggio.
Il 21 settembre quasi nove elettori su dieci hanno detto sì alla nuova costituzione, con un’affluenza dichiarata dell’86 per cento. Dati che il ministro dell’amministrazione territoriale, Ibrahima Kalil Condé, ha definito prova di un voto “tranquillo, sicuro e trasparente”. Eppure l’opposizione aveva chiesto di non recarsi alle urne, denunciando una “farsa elettorale”. Il boicottaggio non ha avuto effetto: molti guineani hanno preferito esprimersi, dichiarando di voler accelerare la fine di una transizione ormai logorante.
Il nodo della candidatura presidenziale
Il nuovo testo costituzionale sostituisce la “carta della transizione”, che vietava ai membri della giunta di candidarsi alle future elezioni. Questa clausola è stata rimossa: di fatto, Doumbouya – 40 anni, oggi capo dello Stato e delle forze armate – potrà presentarsi alle prossime presidenziali. Il passaggio non è neutro: il referendum sancisce non solo la fine della transizione, ma anche la possibilità per il leader del colpo di stato di rilegittimarsi attraverso il voto popolare.
Dal rovesciamento di Alpha Condé nel 2021, la giunta guidata da Doumbouya governa con il pugno di ferro. Manifestazioni vietate, partiti e media sospesi, oppositori incarcerati o spinti all’esilio: un contesto che mette in dubbio la promessa di elezioni “libere e trasparenti”. Organizzazioni indipendenti denunciano anche sparizioni forzate e rapimenti, segnali di una repressione che contrasta con la retorica ufficiale sulla “nuova Guinea democratica”.
La Guinea e la Costituzione: una transizione senza ritorno?
Formalmente, la giunta si era impegnata a restituire il potere ai civili entro il 2024. Con il referendum, la scadenza sembra superata: la nuova costituzione permette a Doumbouya di restare in campo politico e trasformare la sua legittimità militare in consenso elettorale. La domanda resta aperta: si tratta dell’inizio di una democrazia costituzionale o di un nuovo autoritarismo mascherato dal voto popolare?
Maria Paola Pizzonia





