Hamnet è l’ultimo film di Cloé Zhao, già regista di Nomadland e The Rider – Il sogno di un cowboy.
La storia gira intorno a moglie e figli di Shakespeare, in particolare ai due figli gemelli partoriti dalla moglie Agnes, considerata una strega pagana alla Lady Macbeth nel bosco di Stratford.
Il film inizia quasi come una novella di Boccaccio con la donna e il falco fin quando l’idillio non si corona con la nascita dei due gemelli, un maschio e una femmina.

Hamnet: il lutto che diventa teatro

L’armonia della famiglia nel bosco si interrompe quando il padre è costretto ad andare a Londra per mettere in scena le commedie, lasciando sola la moglie a crescere i figli.
Da quel momento ha inizio la tragedia di una madre che sente da subito che dovrà perdere uno dei due figli ma è convinta di poterlo comunque salvare tramite pozioni magiche.
Agnes non vuole trasferirsi in città per proteggere la figlia dalla salute cagionevole.
Il figlio maschio Hamnet sogna di recitare come spadaccino in un’opera teatrale del padre, si esercita tutti i giorni in attesa di poter finalmente salire su quel palco.

Il bosco che circonda la casa li protegge fuori dal tempo dalla caduta nel mondo.
Un padre assente e una madre troppo presente che portano al sacrificio del figlio Hamnet per salvare la figlia femmina predestinata a spirare.

Alla fine Shakespeare metterà in scena a teatro ciò che gli è venuto a mancare, una tragedia su un lutto vissuto in maniera selvaggia.

Agnes e Hamnet: tra amore materno e tragedia

Il film è tratto da un romanzo di Maggie O’Farrell. Hamnet racconta una storia vista da tre punti di vista, la nascita della tragedia in Shakespeare alla morte del figlio, la resurrezione del figlio nella rappresentazione teatrale e il martirio di una madre.
Forse con troppa facilità si esplicitano alcuni temi sul ruolo della donna dietro un grande uomo oppure con troppa semplicità si spiega perché il bardo ha iniziato a scrivere tragedie, però è una bella finzione poetica, non importa che non sia reale.
Una favola idilliaca che ti tramuta in tragedia greca.
La madre Agnes interpretata da Jessie Buckley che ha vinto un meritato oscar con una grande interpretazione, anche Paul Mescal non è stato da meno, peccato per quella barba troppo rifinita.

Un’opera lirica che affonda nella terra del bosco dove Anges va a partorire in una notte di tempesta.
L’andamento narrativo ti fa percepire fossero fuori dal tempo protetti dal bosco e come la tragedia arriva proprio quando il tempo inizia a scorrere perché lo percepiscono.
Una caduta grave dei corpi nell’oblìo.

Emozioni e immobilità: il cinema di Chloé Zhao

La regista Zhao tende a voler risaltare più l’aspetto interiore dei personaggi, tralasciando un po’ le dinamiche e i dialoghi, per lasciar più spazio al naturalistico che si fonde con l’emotivo.
L’iperemotivismo della parte centrale a volte risulta ridondante, claustrofobica e un sequestro di persona con riscatto emotivo, però la parte iniziale e quella finale raggiungono quella catarsi che per tutto il film sembra un po’ forzata dall’eccessiva immobilità di un lamento agonizzante.

Nella sublimazione teatrale della perdita c’è il punto di forza che è anche il punto debole, troppa teatralità con in sottofondo il commento musicale di Max Richter che caricano ancora di più la scena di tensione.
La messa in scena si trasforma in messa funebre.

Matteo Vitale