L’opera del drammaturgo norvegese Henrik Ibsen, mette in luce la necessità spirituale di liberazione dell’individuo borghese che, travolto dal flusso di un progressivo conformismo, rischia di annichilirsi scagliando via da sé ogni possibilità di scelta.
Il fiordo è placido, la sirena morente.
Agonizza fra gli scogli che la imbrigliano; indugia, annaspa nell’aria salmastra.
Ellide immobile, Ellide isola.
Ricama i suoi veli, ottenebra agli occhi una realtà che non le appartiene.
Henrik Ibsen : il preludio è dramma.
Sgocciola denso, si dipana tra l’allusione e il simbolo, esanime echeggia fra le terre sommerse.
D’ogni dinamismo la scena è privata; tutto è catena nel valzer delle attese, tutto si acclima nella marea dell’identico.

Milleottocentottantotto: sapientemente concepita sotto l’influsso delle acque dello Jutland, l’opera viene alla luce per poi emettere il suo primo vagito nella rappresentazione allo “Schauspielhaus” il 4 Marzo dell’anno seguente.
“La donna del mare”.
Donna soffocata dall’abbraccio di un marito demiurgo, marionetta assuefatta.
Moglie soggiogata dai fili della ridondanza, privata d’ogni scelta si fonde al suo ruolo.
Eternamente proteso al drastico svelamento della sovrastruttura, il drammaturgo norvegese cavilla incessante sulle possibilità dell’individuo, si arrovella sull’interrogativo di libertà presunte, avverte lo stridore del ruolo precostituito.
Fittizia è l’idea che in esso si nasconde, costringe lo spirito, annega l’azione nella melma.
Un tedio diffuso annega la scena già dal primo atto, adombra imperante i volti dei suoi personaggi.
Centro e margine, sagoma e carne.
Ellide contempla i flutti, orrida meraviglia, brama e tremore.
Mare ignoto, mare idioma, fluente geroglifico dell’inatteso.
Nell’acqua lo spettro delle sue radici, ricordo sfocato d’un antico amore, rimembranze come tumulti spietati per anime accondiscendenti.
D’un tratto, la sagoma si fa forma, ritorna lo straniero, il Friman evocatore di paesaggi lontani, di fulgidi tremori.
Qualcosa si infrange; l’ignoto fa paura.

Dinanzi al sagace intervento di Weimar, la libertà epifanica rigetta le scorie della nostalgia che ne è origine; come fragile slancio, raptus estemporaneo; torna a ripiegarsi in se stesso, ad aggrapparsi alla menzogna.
La scelta è di nuovo soltanto un miraggio, la signora del mare rifiuta di abbandonarsi al suo elemento e – soggiogata– si aggrappa alla morsa dell’assuefazione.
Giorgia Leuratti





