Anniversario della morte di Henrik Ibsen, autore di Casa di bambola: al debutto fa scandalo e un’attrice in Germania lo costringe a cambiare il finale

Solitario, scorbutico e freddo come il suo paese natale, la Norvegia, dove muore il 23 maggio 1906 per un ictus, Henrik Ibsen continua a essere tra gli autori più rappresentati a teatro. Nell’anniversario della morte, lo ricordiamo con un focus sul rapporto con la sua epoca. Un autore capace di anticipare i tempi, svelando le crepe dell’artificiosa armonia domestica borghese.

HENRIK IBSEN - UN DIPINTO DI GEORG BRANDES - DAL WEB
HENRIK IBSEN – UN DIPINTO DI GEORG BRANDES – DAL WEB

Per aver voluto fin da subito un teatro di carattere sociale, di denuncia e provocazione, dove i mezzi toni e le sfumature sono banditi, sulla scia del contemporaneo Georg Brandes, filosofo e critico letterario danese, Ibsen rimane attuale per le sue tematiche legate al contrasto tra libertà individuale e convenzioni, e all’ostilità sociale a cui va spesso incontro il più onesto.

Il rifiuto del compromesso e l’aspettativa ingenua del riscontro altrui per aver cercato di dire la verità arriva ad avere nelle vicende dei suoi personaggi risvolti drammatici. Sia, ad esempio, nel dramma familiare in Casa di bambola, scritto nel 1879, che in quello sociale di Un nemico del Popolo, del 1882.

ENRIK IBSEN - MASSIMO POPOLIZIO IN UN NEMICO DEL POPOLO AL TEATRO STABILE DI TORINO (C) GIUSEPPE DI STEFANO
ENRIK IBSEN – MASSIMO POPOLIZIO IN UN NEMICO DEL POPOLO AL TEATRO STABILE DI TORINO (C) GIUSEPPE DI STEFANO

Drastico anche con se stesso, però, Ibsen scrive in una una lettera del 16 giugno 1880, che “non si è mai del tutto superiori alla società cui s’appartiene: vi si è sempre in qualche modo corresponsabili e correi”. Figlio del suo secolo, in tutto e per tutto. Soprattutto nell’assorbire le sue contraddizioni. Perché il periodo tra ‘800 e ‘900 è certamente uno spartiacque tra i più controversi della storia del pensiero dell’uomo.

Il tempo in cui Dio è morto, l’Europa è diventata una polveriera sull’onda dei moti insurrezionali, di là a poco arrivano gli studi della psicanalisi che mettono a nudo gli aspetti più sconcertanti della psiche umana e due guerre si susseguono a poca distanza l’una dall’altra. Ibsen con il suo teatro è tra i primi a mettere in discussione le certezze della società borghese e l’ottimismo di stampo positivista.

Il tramonto di un’epoca, quella vittoriana, con le sue impalcature morali dove ogni cosa ha il suo posto, tranne la verità. Il dramma Casa di bambola, che scrive ad Amalfi , mette a fuoco la morale ambigua del matrimonio. Che è fondato sul tacito consenso della disparità del rapporto uomo-donna. In realtà è il fondamento in tutti i matrimoni di tutte o quasi le classi sociali dell’epoca. Ma quello borghese ha preteso di rispondere a tutte le aspettative che potevano porsi le donne.

Un buon matrimonio, una buona posizione sociale, una vita dedicata alla famiglia e agli affetti. Che sia felice o meno non importa, lo scopo e il ruolo sociale affidato alla donna è questo. E’ il legame istituzionalizzato che conta, riconosciuto come status al di sopra di ogni cosa, della libertà, dell’individualità e perfino della dignità personale.

HENRIK IBSEN - RINA MORELLI E LAMBERTO PICASSO IN CASA DI BAMBOLA NEGLI STUDI EIAR DI ROMA NEL 1942 DAL WEB
HENRIK IBSEN – RINA MORELLI E LAMBERTO PICASSO IN CASA DI BAMBOLA NEGLI STUDI EIAR DI ROMA NEL 1942 –
DAL WEB

Quando Torvald scopre che la moglie Nora si è indebitata con uno strozzino a sua insaputa per pagare le sue costose spese mediche, non ci pensa due volte a ripudiarla. Perché lui pensa alla sua carriera di avvocato, alla sua reputazione, a cosa dirà la gente, non a lei. Non esiste ancora l’essere umano così com’è, con le sue debolezze che si mostra tale di fronte alla società in cui vive. Non può farlo.

E’ una conquista, se così possiamo chiamarla, del ‘900, a cui il teatro, la letteratura e in generale tutto il pensiero dell’epoca è stato chiamato a dare il suo contributo. Una rivoluzione in atto a cui era difficile sottrarsi. L’attualità del personaggio di Nora Helmer, che decide di rompere la relazione col marito quando scopre la sua meschinità e la deludente vita di coppia fondata su menzogne e reciproche sopportazioni, sta in questo: non accetta il sacrificio di se stessa, nemmeno per amore dei figli. E questo, ancora oggi, è considerato da alcuni un comportamento indigesto.

HENRIK IBSEN - ELEONORA DUSE - FOTO DAL WEB
HENRIK IBSEN – ELEONORA DUSE – FOTO DAL WEB

Accolto con freddezza dai contemporanei, Casa di bambola va in scena per la prima volta il 21 dicembre dello stesso anno della pubblicazione al Teatro Reale di Copenaghen, mentre in Italia è Eleonora Duse, nel 1891, a raccogliere la sfida di vestire i panni di un personaggio così contrastato, al Teatro dei Filodrammatici di Milano.

La Duse è lei stessa una protagonista del rinnovamento del teatro, con le sue interpretazioni asciutte ed essenziali. Lavora con Craig, aperta al suo sperimentalismo, anche se i due finiranno col litigare. Nel 1920 poi, interpreta un’altra opera di Ibsen del 1888 scritto in Germania, La donna del mare, altro personaggio femminile tormentato tra dovere e sentimento.


“Tu non pensi e non parli come l’uomo di cui possa essere la compagna. Svanita la minaccia, placata l’angoscia per la tua sorte, non per la mia, hai dimenticato tutto”. E’ uno stralcio del monologo di Nora, la bambola capricciosa ma innamorata, che si vuole congedare dal marito, e che conclude: “Per otto anni avevo vissuto insieme ad un estraneo, ( ….) avevo avuto dei bambini… Oh, non posso pensarci! Potrei stritolarmi, farmi a pezzi da sola! Così come sono adesso non posso essere una moglie adatta per te”.

Oltre ad essere accusata di femminismo estremo l’opera di Ibsen mette in imbarazzo gli stessi attori, tanto che quando l’opera di Ibsen arriva nei teatri tedeschi, l’attrice che deve interpretare Nora rifiuta di recitare la parte di una donna snaturata. Ibsen non si meraviglia delle reazioni accese a quello che ha scritto. Già misantropo di suo, il dissenso non lo smuove più di tanto.

Nel gennaio 1880 dichiara che:

“l’oggetto della contesa non è il valore estetico del dramma, ma il problema morale che pone. Che da molte parti sarebbe stato contestato lo sapevo in anticipo; se il pubblico nordico fosse stato tanto evoluto da non sollevare dissensi sul problema, sarebbe stato superfluo scrivere l’opera”.

C’è tutto Ibsen in questa frase, su ciò che pensa della mentalità della maggioranza. Ma non per questo, come ha scritto lui stesso nella lettera citata sopra, si è mai sentito superiore alle persone e alla collettività di cui fa parte. Come tutti gli artisti, è tra quelli che imparano più degli altri dalla realtà, perché la recepiscono con maggiore intensità, e in un certo senso non possono fare a meno di dire quel che dicono, di scrivere quel che scrivono.

Anna Cavallo

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