Il tribunale civile di Arezzo ha disposto un risarcimento di un milione di euro ai genitori per la morte di Martina Rossi, la studentessa di Genova precipitata il 3 agosto 2011 dal sesto piano di un grande hotel a Palma di Maiorca per sfuggire al tentativo di stupro di due giovani aretini, Alessandro Albertoni e Luca Vanneschi, successivamente condannati a tre anni di detenzione. I due, ora trentenni, dovranno pagare 457000 euro al padre della vittima, Bruno Rossi, altrettanti alla moglie Franca, e 74000 a entrambi, congiuntamente. Il verdetto chiude, almeno per ora, una causa che va avanti dal 2022, dopo la condanna in sede penale del 2021.

L’iter giudiziario, tuttavia, è tutt’altro che terminato. Probabile, infatti, il ricorso in appello -e poi anche in Cassazione- degli avvocati di Albertoni e Vanneschi. Per le famiglie dei due uomini reperire le cifre stabilite non sarà facile e, nonostante il verdetto sia immediatamente esecutivo, i condannati potrebbero chiederne la sospensione ai giudici di secondo grado, in attesa della decisione definitiva.

Martina Rossi, la morte e il processo

Quando Martina era precipitata dal balcone della stanza di cui erano ospiti i due ragazzi aretini, la polizia spagnola aveva archiviato il tutto come suicidio. La perseveranza di papà Bruno e della moglie, Franca Murialdo, avevano però portato alla riapertura del caso in Italia nel 2015, con inchiesta prima della procura di Genova e poi di quella di Arezzo, competente per legge. Nel 2018 i giudici avevano condannato Albertoni e Vanneschi a sei anni di carcere ciascuno per tentata violenza sessuale e morte come conseguenza di altro reato. In secondo grado il tribunale aveva ribaltato la sentenza e i due erano stati assoli, ma la Cassazione aveva nuovamente annullato il verdetto.

La condanna definitiva era arrivata nell’ottobre 2021, anche se, nel frattempo, la morte come conseguenza di altro reato era andata in prescrizione. Secondo la ricostruzione finale, Martina era caduta nel tentativo di scavalcare da un balcone all’altro per sfuggire al tentativo di stupro di Albertoni, con Vanneschi che non aveva fatto niente per aiutarla o fermare l’amico.

Bruno Rossi sul risarcimento: «Quei soldi andranno a una fondazione nel nome di nostra figlia, contro la violenza sulle donne»

Bruno Rossl ha spiegato cosa ne sarà della cifra che lui e sua moglie riceveranno: «Quei soldi andranno a una fondazione nel nome di nostra figlia, contro la violenza sulle donne». Riguardo al risarcimento, ha dichiarato: «E’ la naturale conseguenza della condanna penale, quei due non potevano pensare di cavarsela solo coi pochi mesi che hanno scontato in carcere, in un regime fra l’altro che sembrava quello di un albergo. Ecco perché gli avevamo intentato la causa civile. Per noi la punizione della perdita di Martina non finisce mai e il dolore anzi si riacutizza a ogni tappa dell’iter giudiziario. Anche loro devono pagare il prezzo di quello che hanno fatto».

«In questi quindici anni», ha raccontato, «non si sono mai fatti vivi con me e con mia moglie Franca. Non hanno mai mostrato un minimo segno di pentimento. In tutto, in un conto corrente dedicato, avranno versato mille euro, ma solo per provare a ottenere le attenuanti in sede processuale. La nostra, invece, è una perdita che non finisce mai, una ferita che non smette di sanguinare. Martina, figlia unica, era tutta la nostra vita. Un comportamento, quello di quei due, non da uomini».

L’unica, flebile consolazione, per i due coniugi, è sapere che l’associazione dedicata a Martina aiuterà altre giovani donne: «L’associazione nel suo nome l’abbiamo già costituita ed ha debuttato a Genova nel corso di un convegno cui ha partecipato anche la sindaca Silvia Salis, ora il passo successivo è quello della trasformazione in fondazione vera e propria».

Federica Checchia