Guardando I Peccatori di Ryan Coogler ci si para davanti un film decisamente non rivoluzionario. Una pellicola anche abbastanza usuale, un From Dusk Till Dawn – da cui prende palese ispirazione – in salsa Black cinema e a tinte horror da Haunted house. Ed è un film che ci mette fin troppo ad ingranare perché, proprio come Dal tramonto all’Alba, funziona sul doppio livello di due generi. Inizia come un melò, un cinema di frontiera in cui le vicende post segregazione segnano un intera comunità nera, per poi trasformarsi del tutto in horror splatter a tema vampiresco che arriva forse troppo in là nella narrazione. La vera forza de I Peccatori sta, quindi, nei suoi momenti singoli. Al di là di una narrazione che – per quanto non pesi – è evidente che sia troppo dilatata nel tempo, il film è un horror che sa come giocare con i simboli, anche quando non si tratta puramente di usare il genere in senso post-moderno. La capacità di segnare un epoca cinematografica e, allo stesso tempo, parlare di futuro e passato, è una delle caratteristiche più vincenti de I Peccatori.
Ryan Coogler gira un film che scava in profondità nella storia della cultura Afroamericana. Nel suo passato, nelle sue origini e nel suo futuro. Imposta una pellicola ambientata sì negli anni Trenta del ‘900 in cui i neri erano sotto stretto scacco delle leggi di segregazione raziali Jim Crow, ma che sa parlare tanto del nostro presente culturale, tanto quanto del passato e delle origini artistiche di una cultura che si è rafforzata e unita a causa di schiavitù e segregazione. Un vorticoso Blockbuster che sa unire musica e libertà, arte e cultura dove il soldo e il capitale possono comprare tutto, ma non il patrimonio culturale di un’intera generazione. Ed è l’horror il motore scatenante di questa riflessione che, purtroppo, arriva leggermente troppo tardi nelle due ore e un quarto di pellicola. Ma, al di là dei difetti, I Peccatori è un gran Pop-corn Movie capace anche di grandi riflessioni.
I Peccatori: spettralità
Cercando di lasciarsi alle spalle le loro vite travagliate, due fratelli gemelli (entrambi interpretati da Micheal B. Jordan), Smoke e Stack, nella cittadina rurale di Clarksdale, Mississippi, un luogo di cantanti blues e redneck razzisti, tentano fortuna aprendo un locale blues per soli neri. Per far funzionare il juke joint i due iniziano una ricerca per tutto il Mississippi dei migliori musicisti blues. Tra questi c’è anche il loro cugino Sammie Moore, chitarrista straordinario figlio di un predicatore locale. Si racconta, come ci viene spiegato all’inizio del film, che alcune volte nascono dei musicisti con un talento così cristallino da rompere le barriere tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Ed è proprio il talento di Sammie, di cui i vampiri vogliono impossessarsi. Ma, come in ogni storia vampiresca che si rispetti, i demoni non possono entrare in un luogo chiuso se non espressamente invitati. Sarà quindi proprio questo piccolo dettaglio a tenere in vita, per più tempo del previsto, i cugini SmokeStack.
Ryan Coogler carica il film di una duplice valenza. Da un lato, tramite la scena migliore di tutto il film che da sola vale la visione, il regista ci vuole raccontare di come la musica sappia distruggere ogni barriera. Attraverso un carrello lungo tutta la pista da ballo, mentre Sammie suona la sua chitarra, compaiono ed iniziano a ballare prima dei ballerini Hip-Hop, seguiti da un Dj e da diverse figure uscite direttamente dal Funk anni Sessanta. Insieme a loro ballerini Masai e diversi figure del passato e del futuro della cultura afroamericana. Il nocciolo del film è tutto lì. La musica è creatrice di spettri e capace di unire ogni forma di cultura, passata e futura. L’afro music nasce lì, da quei juke joint nel sud degli Stati Uniti e da quelle chitarre ribelli. E allora, come la musica se non di più, proprio perché dispositivo produttore di fantasmi, il cinema è il campo di mediazione tra i vivi e i morti. E il cinema diventa forma ossessiva verso la spettralità di ciò che è stato e di ciò che sarà. La cultura come forma indispensabile di ricordo e creazione.
Una cosmologia doppia

Da un altro lato, invece, Coogler ne I Peccatori affronta un discorso diverso e simile allo stesso tempo, all’interno del campo dell’horror. Se il film ragione sull’importanza di preservare quella cultura black, allo stesso tempo la figura del vampiro qua si carica di un significato diverso dal solito. Nel cinema e nella letteratura i vampiri sono sempre stati una metafora per la sessualità latente, pregni di eros e portatori di carica sessuale (vedasi Nosferatu, per tirare in ballo uno degli esempi più recenti). Coogler, invece, usa il vampirismo come metafora della volontà bianca di appropriarsi della cultura nera. Una forma di succhia sangue della libertà nata grazie alla musica e al juke joint. E non è un caso che offrano sempre delle monete per entrare nelle case: segno di un denaro che può comprare (quasi) tutto, tranne la libertà di affondare nelle proprie radici e nella propria identità. Una sorta di setta – questo sembra diventare ad un certo punto del film – dell’appiattimento culturale, della non differenza e quindi della non determinazione di sé.
Coogler chiude il film, non a caso, con la figura leggendaria di Buddy Guy, uno dei capostipiti dell’Electric blues americano, che completa l’intricata cosmologia del film in una forse troppo intricata scena post-credit. E, proprio come nella leggenda di Robert Johnson (l’inventore del delta blues che si dice abbia fatto un patto con il diavolo per avere il suo talento) Coogler carica la musica black di demoniaco, di mistico. E quindi, se da un lato I Peccatori è un film che forse avrebbe giovato di una durata più lunga (o più corta, se rimescolata), dall’altro è evidente come Ryan Coogler sia ormai uno dei registi più influenti di Hollywood. Uno di quelli che detta legge, che fa i suoi film e li fa come vuole lui. Anche se c’è la necessità di spostarsi sul fantasy per spostarsi su una produzione più Pop-Corn, si sente come il regista sappia muoversi a tempo blues.
Alessandro Libianchi
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