In un momento storico in cui la scuola è raccontata attraverso dati e numeri Il banco e le stelle di Giancarlo Dilauro e Smilla Zicarelli Pedersen è un libro che sceglie di raccontare il mondo scolastico utilizzando una prospettiva differente. Il volume, pubblicato da SBS Edizioni, non si muove nei meandri asettici di analisi tecniche e austere ma restituisce alla scuola una dimensione concreta e, al contempo, simbolica: quella di luogo di speranza, aspettative e possibilità.

Il titolo suggerisce già da sé la bellezza che il lettore scorgerà fra le pagine del volume; il banco è l’oggetto più familiare dell’aula, il punto di ogni esperienza scolastica, la ”coperta di Linus” di ogni studente. Le stelle, invece, rappresentano la creatività, quella promessa implicita e non detta che ogni percorso educativo porta con sé. Tra questi due estremi si colloca il racconto degli autori, che osservano la scuola come uno spazio attraversato da fragilità ma anche da energie spesso invisibili.

Il banco e le stelle, l’educazione come relazione oltre la retorica

 il banco e le stelle
Copertina – SBS Edizioni

Il volume di Giancarlo Dilauro e Smilla Zicarelli Pedersen, Il banco e le stelle, custodisce fra le sue pagine una grande intuizione che, oggi, sembra essere naufragata: quella del cambio di prospettiva. In un contesto storico e sociale che mira a descrivere la scuola come un preciso apparato burocratico o un asettico contenitore di programmi da seguire il volume la presenta come una comunità interattiva in cui adulti e ragazzi condividono una parte significativa della crescita. Tuttavia, Dilauro e Zicarelli Pedersen si guardano bene dall’ idealizzazione che, anzi, evitano; il realismo per un ambiente così complesso e a volte anche contraddittorio come la scuola emerge in tutta chiarezza ma c’è un messaggio di fondo che è importante: nonostante le contraddizioni e la complessità la scuola può ancora produrre incontri significativi. L’educazione, in questo senso, emerge così come un processo fatto soprattutto di relazioni, di ascolto e di presenza.

Dal punto di vista stilistico, il volume Il banco e le stelle mantiene un equilibrio che vira fra la dimensione narrativa e la riflessione pedagogica, utilizzando una scrittura accessibile e scorrevole senza rinunciare a porsi dei quesiti nel corso della lettura che rimandano al significato più profondo dell’educazione. Il testo, da questo punto di vista, può essere letto su più livelli, quindi; da un lato come la narrazione di esperienze vissute all’interno dell’ambiente scolastico e, dall’altro, come una riflessione culturale sul ruolo dell’insegnamento nel mondo contemporaneo e attraverso la lente della società moderna.

L’esperienza educativa attraverso il quotidiano

Gli autori – attraverso l’esperienza educativa che attinge al quotidiano – scardinano quei frammenti che, ancora oggi, aleggiano nell’opinione comune: una rappresentazione della scuola stereotipata e, soprattutto, lontana dalla realtà vigente. Attraverso le lettere di un professore a una ragazza, l’opera analizza la necessità di cambiare l’approccio scolastico: vi è un’urgenza ed è quella di ripartire dal dialogo e dalle aspettative dei giovani, senza incasellare il sistema scolastico e la conseguente educazione in un immaginario ormai impolverato, che nulla ha a che fare con la scuola di oggi.

C’è un quesito impellente e improrogabile da porsi in questo contesto: davanti a una crescente situazione di disagio giovanile – sempre più in aumento negli ultimi anni – come e da cosa si deve ripartire? Il volume Il banco e le stelle e gli stessi autori tracciano questa strada: la scuola ha bisogno di fantasia, libertà, riscoperta della bellezza e interazione senza soccombere alla rassegnazione di un sistema scolastico abitudinario. In una lettera che Giancarlo Dilauro scrive alla studentessa e co-autrice Smilla Zicarelli Pedersen, il professore evidenzia:

«E allora a che diamine servono i voti?

Prima di tutto, naturalmente, domina ancora la convinzione puramente volontaristica che il voto servirà a stimolare una reazione positiva in caso di esito negativo o a rafforzare il positivo che già c’è. Come se fosse automatico l’impulso a risollevarsi, a rialzarsi, dopo una caduta. Dipende! C’è gente che resta a terra. Si dice così qualche volta: ecco, ci sono persone che s’impegnano nonostante abbiano un sacco di problemi. Vero naturalmente. Ma è vero anche che le persone sono tutte diverse, hanno esperienze diverse, che le portano diversamente ad affrontare le situazioni. Adottare un metro unico e univoco, quello del necessario riscatto davanti al fallimento, è cecità allo stato puro. Può succedere anche che uno che prende 3 la prima, la seconda, la terza volta, e magari c’ha provato pure a recuperare, si convinca che in quella materia veramente non valga più di 3. Serve questo? A chi serve? E perché dobbiamo mortificare le intelligenze in questo modo? I voti non servono alla cultura, i voti non servono da stimolo a imparare[…]».

G. Dilauro e S. Zicarelli, ”’ Il banco e le stelle. Lettere di un prof a una ragazza in cerca di avvenire”, SBS Edizioni

Questa citazione del Professore Dilauro riportata nel volume edito SBS Edizioni, ricorda molto l’idea di scuola senza voto del grande pedagogista e maestro Mario Lodi, una formazione che sottolinea l’individualità e la creatività del bambino. Lodi auspicava una scuola inclusiva basata sulle attitudini del singolo senza che lo studente possa essere svilito da un freddo numero che non rappresenta le sue effettive capacità. Ispiratosi alla Pedagogia Popolare di Célestin Freinet, quella di Lodi è una didattica cooperativa che tende a una educazione libera, uguale, inclusiva e strutturata all’accoglienza.

Tra il banco e le stelle, la scuola come esercizio di immaginazione

Un punto di vista interessante che affiora dalle pagine è che l’educazione – prima ancora di essere un insieme di citazionismi e nozionismo – debba essere un un esercizio alla fantasia: quella capacità di intravedere possibilità dove spesso prevale l’incertezza e lo scoraggiamento. In questo senso, osando un parallelismo, gli autori riprendono molto l’idea di un grande pedagogista e scrittore per l’infanzia come Gianni Rodari che vedeva nella scuola non un contenitore atto a elargire e confezionare contenuti ma un luogo creativo dove la fantasia era il principale strumento per interpretare il mondo.

La fantasticheria non come azione sterile né come scappatoia di evasione, ma come strumento per comprendere concretamente il mondo e progettarlo, in quanto la creatività è insita nella natura umana ed è fondamentale affinché nessuno sia schiavo. Il banco e le stelle si inserisce in quel filone di riflessione culturale che cerca di riportare la scuola al centro del dibattito pubblico non solo come istituzione, ma come luogo decisivo per la formazione. E proprio in questa prospettiva, in filigrana sembra emergere un dialogo ideale con la lezione pedagogica di Gianni Rodari. Nella Grammatica della fantasia, Rodari ricorda:

«La fantasia non è un lupo cattivo da cui guardarsi: è una risorsa della mente, uno strumento per conoscere e trasformare la realtà».

Gianni Rodari, ”Grammatica della fantasia”, Einaudi, 1973

Attraverso il binomio conoscenza – immaginazione il libro suggerisce una visione della scuola capace di educare non soltanto alla memoria, ma anche – e soprattutto – alla possibilità.

Una scuola che forma cittadini, non solo scolari

Il merito principale del libro Il banco e le stelle è quello di ricordare che dietro ogni aula esiste una trama di storie, relazioni e aspirazioni che meritano di essere portate alla luce per restituire all’educazione il suo valore più profondo. Nell’introduzione del testo, l’autore e professore Giancarlo Dilauro scrive:

«[…]Bisogna semplicemente chiedersi, io me lo sono chiesto spesso in questi anni, se la scuola, così com’è, assolva alla sua funzione, anzi alle sue funzioni, che sono essenzialmente due per me: trasmettere cultura e trasmettere cultura per fare in modo che da questa cultura, nel senso originario del termine, fiorisca “un mondo dove sia meno difficile amare” e in cui sia possibile incontrare una umanità più autentica e profonda.».

G. Dilauro e S. Zicarelli, ”’ Il banco e le stelle. Lettere di un prof a una ragazza in cerca di avvenire”, SBS Edizioni

In parallelo, il pensiero di Don Lorenzo Milani risuona in molte pagine del libro. A Barbiana Don Milani sosteneva che la scuola dovesse essere un luogo di emancipazione e responsabilizzazione: ogni ragazzo doveva imparare a pensare con la propria testa e avere una propria visione delle cose, senza accettare passivamente le ingiustizie. In questa questo scenario, Il banco e le stelle si colloca in questa linea: trasformare l’istruzione in uno strumento vivo, capace di sviluppare non solo conoscenze, ma anche autonomia, coscienza critica e coraggio civico.