Cinema

“Il conte Tacchia”, Enrico Montesano nel ruolo che rifiutò Christian De Sica stasera in tv

Nsai che pacchia, quanno ce stava ancora il Conte Tacchia‘. Era la musica di Armando Trovajoli, che accompagnava la commedia “Il Conte Tacchia“. A teatro, come nel film di Sergio Corbucci del 1982 al cinema, Enrico Montesano è spassoso nella caricatura di colui che Conte lo fu veramente. Bombetta, medaglie attaccate, elegantissimo nel vestito d’avana, per dimenticare le sue origini plebee, figlio di un falegname. All’anagrafe Adriano Bennicelli, bizzarro, conosciuto per le sue stravaganze. Tentò una traversata del Tevere, e a bordo di un’autovettura scese la scalinata di Trinità dei Monti. Il nobile Tacchia che nella capitale invitò a pranzo tutto il popolino affamato, per vendetta; dopo il rifiuto dei nobili al suo banchetto per i festeggiamenti della nomina a Conte. Stasera in tv “Il conte Tacchia“: “E ricòrdate che er nonno der nonno der nonno der nonno de quarsiasi nonno nobbile, prima de’ esse nominato nobbile… era solo ‘no stronzo come tutti l’artri!”.

Una figuretta, il conte Tacchia, divenuta una sorta di maschera popolare. Nella Roma dove c’è posto per chiunque voglia distinguersi: c’è spazio per coloro che, per merito o stravaganza, sono familiari al popolino. “E’ arrivato il Conte Tacchia“, è la battuta che riecheggiava nei rioni della capitale; bastava esser ben pettinati e tirati a lucido, per assomigliarvi. Suo nonno fu l’avo aristocratico e fortunato, che, ebanista eccelso, fu fatto nobile dal Papa. Aggiudicandosi così, il soprannome di “Tacchia”, che in romanesco significa ‘zeppa’. Epiteto che lo stesso Bennicelli disprezzava. Quel pezzo di legno che riuscì a mettere anche sotto il trono pontificio, per non farlo ballare. “Dovete andà a lavorà!“, la sua voce spronava nel laboratorio, tra una sgomitata di gomma lacca e una stuccata. Una visione per i testimoni oculari del tempo, nel 1910, quando al Quirinale risiedeva ancora il re. Ribelle, un po’ anarchico, amava la cucina raffinata e i vini, i suoi vestiti erano confezioni di Londra o Parigi, e adorava i cavalli. “Il conte Tacchia“, stasera in tv: Montesano in gran forma, con Panelli , Ninetto Davoli, Gassman e Pambieri, ci riportano indietro ai ranghi della nobiltà.

Pur di esser Conte, vada bene Tacchia

L’amore per le vecchie tradizioni, la rivincita degli animi generosi dei plebei, contro la supremazia e la superbia degli aristocratici: di questo è intriso il film. La storia ha quell’inizio dolce e perdonabile: un povero falegname che cerca di sedurre una ragazza nobile, fingendosi ricco. E si alternano momenti di comicità unica: la marcia in carrozza, è un tripudio di orgoglio e sana spavalderia, a bordo con il conte Tacchia, alias Montesano, Vittorio Gassman, che è Torquato Terenzi principe decaduto. Gustosa la colazione con il Marchese Lollo e la sua famiglia, e l’abbuffata proverbiale di Gassman e Panelli, il sor Alvaro. E ancora, Il principe Terenzi ubriaco. Un anno dopo “Il marchese del Grillo“, arrivò il film, stasera in tv, “Il conte Tacchia“, ed è evidente l’ispirazione alla pellicola in costume di Monicelli. Strizzando l’occhio al romano un po’ volgare, dove la simpatia di Montesano va a pennello: uomo, e attore, che rispecchia lo spirito della cultura a Roma. Con il linguaggio verace, che un tempo era dei personaggi di bassa lega, servi o gente umile. Ne possiede la cadenza e le modulazioni. Una lingua, il romano, divenuta nazionale, per merito, proprio, del cinema e della televisione.

Sarà l’Isola Tiberina, piena di luci, ad accogliere la festa da ballo, cui partecipano Montesano, Pambieri, la Pieroni e la Chauveau. E Roma appare in tutto il suo antico splendore, con i palazzi nobiliari, le ville e i sampietrini sulle vie. Lo scrosciare delle ruote della carrozza, è ormai un suono perduto, conservato dalla memoria. E’ leggenda, che Christian De Sica rifiutò la parte nel film; rinunciando al compenso di 12 milioni di lire, e preferendo girare “Sapore di mare”, ritenendolo più adatto a lui, pur guadagnando solo 600 mila lire. Forse senza rimpianti, o chissà. Ma divenne ugualmente famoso non nei panni altezzosi, ma in braghe sulla riviera.

Un sentimento e una Tacchia…

“Lo sapete che ve dico…andatevene tutti aff… non continuo perché sto in chiesa,per rispetto del Signore, l’unico signore che c’é qua dentro!“. Quanto poco contano i titoli, e i sogni di gloria del nostro caro conte Tacchia. Presto se ne accorgerà. Creduto morto da tutti, ne approfitta per tornare a Roma, in incognito, spacciandosi per un commerciante ambulante magrebino. Sotto casa, ad attenderlo, una targa a lui dedicata, per essere stato decorato alla memoria. Per quanto bislacco, fu tutto vero. Il personaggio, i cavalli, il suo naso a becco “de ciovetta“. Bisogna aver visto Roma per capire il conte Tacchia, e per esser veri come Montesano.

Federica De Candia per MMI e Metropolitan Cinema. Seguici.

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