Ci aspettavamo tutti un ritorno esplosivo del mondo de Il Diavolo veste Prada, giunto al suo secondo capitolo, dopo 20 anni, ma forse nessuno si sarebbe aspettato che questo film avrebbe toccato acque ben più profonde di quelle dell’haute couture. Miranda, Andy, Emily e Nigel sono sempre gli stessi, anche se con tanti affari in sospeso da risolvere e nuove consapevolezze di vita. Ma tutto attorno è profondamente mutato. Ecco che il secondo capitolo si fa un racconto più tangibile, più sincero, dell’era in cui viviamo. Se il primo film ci ha fatti sognare, nel secondo, c’è ancora posto per i sogni?

‘Il Diavolo Veste Prada 2’: la redazione di cristallo

Ebbene il film 20th century ripropone la scacchiera dei suoi personaggi principali ma fa un gioco diverso: diverte come nel primo film ma prende l’impegno di guardare in modo macroscopico all’era attuale – l’era della mediamorfosi. In un tempo liquido e multiforme, in cui sfrecciano i taxi come cambia la domanda degli utenti, che posto ha il giornalismo? il sogno di Andy di fare la giornalista può davvero realizzarsi o si troverà su una scacchiera rotta, piena di pezzi mancanti?

Il film diretto da David Frankel ci introduce sin da subito in un castello di cristallo: quello del fragilissimo mercato editoriale attuale. Andy che, messa alla porta dalla sua redazione in fallimento, cerca un nuovo lavoro. Nel frattempo Runway, un tempo isola edenica della carta stampata, è la redazione che più di tutte affronta il baratro a causa delle spietate rivalità e le regole dettate dalla fast fashion e i social media. In questo quadro instabile e perituro, si muove Andrea (Anne Hathaway), ma anche giganti come Miranda (Meryl Streep) e Nigel(Stanley Tucci), travolti dal medesimo terremoto sociale.

Il cambiamento: materia prima del film

La virtù più grande di questo film sta nella capacità di celebrare il cambiamento. Nel primo film era l’ingenua e ancora acerba Andrea alle prese con la vita vera, il mondo degli adulti. Andrea si era confrontata con un universo che non era il suo, per poi scoprire esserne attratta. Nel secondo film Andrea domina la scena, come chi di quel mondo lustrato e chic ha capito le regole e ha la grinta giusta per maneggiarlo. La giovane donna è la vera sognatrice, la creatura più donchiscottiana del film, capace di vedere una luce in questo buio e di pensare che una battaglia per salvare l’editoria sia ancora possibile. Lo stesso processo di metamorfosi non lascia indenne Emily (Emily Blunt), che anzi si rivela la nuova metonimia dell’arrivismo, della rivalità commerciale, della competizione che detta leggi, anche nei rapporti privati. Miranda, allo stesso modo, appare mutata. E’ solo in apparenza la “sommersa” di Primo Levi, incapace di vedere progresso in questo futuro. Ma poi, solo con il tempo, rivela in questo sequel un’incredibile e inatteso spirito di adattamento. Nigel, infine, nell’ombra di Miranda ma perennemente al suo fianco, dimostra la sua imperitura lealtà, perseveranza, ma anche il suo inedito lato dolce e altruista.

Tanti plus che minimizzano la comunicazione

Oggi, prendendo in prestito gli studi sulla media-morfosi di Marshall McLuhan, siamo nell’era liquida. Un’era in cui conta di più il creator del content, in cui l’attenzione dell’utente è ridotta ai minimi termini e il mondo della comunicazione corre forsennato ad accaparrarsi un briciolo di attenzione, di visibilità, di credibilità. La velocità con cui si esperisce la notizia – sui social e sul web – è sempre più nevrotica, tale da direzionare l’editoria stessa. Contenuti stringati, riassuntivi, d’impatto. Più colorati, più immediati, più brevi, più facili. Un enumerazione di ‘più’ che ha solo l’amaro sapore del ‘meno’ e che annienta, alla fine dei conti, l’anima stessa del giornalismo. E tutto questo, è raccontato, con sagacia d’immagine e di narrazione, ne Il Diavolo Veste Prada 2.

Giornalismo prêt-à-porter

La moda, il cuore tematico dei due film, è una declinazione del giornalismo di costume, vive anch’essa una rivoluzione interna. Una rivoluzione che forse è involuzione, ammiccando alla cruda nevrosi della fast fashion e ad una comunicazione che, di riflesso, si fa prêt-à-porter (semplice, per tutti i giorni). Ma come riannodare le fila del Diavolo Veste Prada del 2006 se – come abbiamo detto – mancano le basi su cui esso poggiava? Questo è il motivo per cui il sequel fa un umilissimo passo indietro, e prende la coraggiosa decisione di fotografare questo quadro. Lo spettatore comincia il viaggio con uno scenario stagliato dai labilissimi confini e lo finisce con un bagaglio di nozioni, consapevolezze e nuove visioni d’insieme. Se la comunicazione è condannata a farsi fluida e rapidissima, c’è tuttavia ancora qualcuno, come Andrea, che crede in una sana, consapevole, disubbidienza.

Sincerità e creatività come pars costruens

La prima parte del film catapulta lo spettatore in un terremoto senza freni, in cui il giornalismo stesso sembra non avere più chance. Uno scenario tutt’altro che distopico, quanto piuttosto realistico. Fotografia, montaggio, recitazione e scrittura dei dialoghi convergono armonicamnete per una cinematografia più aderente al reale. In questi 20 anni è cambiato il mondo della carta stampata e i segni di questa deflagrazione sono tutti rappresentati nel film: nella posa sommessa di Miranda, negli occhi disillusi di Nigel, nell’arrivismo inacidito di Emily. Eppure Il Diavolo veste prada 2 non è un film arrendevole e pessimista.

Il gioco di squadra dei personaggi e la fiducia nelle proprie capacità creative, dimostrano nel terzo atto del film, di essere delle validissime pars-costruens rispetto macerie raccolte ad inizio film. Un racconto che, quindi, si fa catarsi, intrattenimento, risanazione dei conflitti, per giungere alla consapevolezza finale che solo guardando negli occhi il cambiamento e custodendo la creatività è possibile far sopravvivere l’umano, in mezzo anche alle più aride e industrializzate delle metropoli.

Una sceneggiatura pop e non solo

Se Andrea è sopravvissuta ad una gavetta umiliante, c’era forse un motivo. La sua caparbietà ha fatto sì che, ora, da adulta, fosse in grado di salvare dal naufragio un’intera azienda. Senza rivelare nulla del finale, sottolineiamo a ragion di merito, come la storia di questo sequel proceda imprevedibile: curve, discese, salite, rapide impennate e poi rallentamenti filosofici. Una scrittura più moderna, scoppiettante, pop, che sta attenta a non farsi mancare niente. Di certo l’obiettivo era stupire, date le altissime aspettative, e possiamo dire che questo film lo fa. A volte anche facendosi scappare un pò troppo la mano sugli effetti sorpresa, sacrificando la spiegazione dei rapporti causa-effetto degli eventi. Vertiginosa, questa pellicola, come la New York che ha raccontato, ma capace di spingere ciascuno di noi a chiedersi: come salvare il giornalismo? o meglio, come salvare l’arte, in un mondo che non ci dà nè il tempo nè i mezzi per farlo?

Leggi la nostra recensione: Il Diavolo Veste Prada 2, nell’era dei social, la vera “avanguardia pura” è la creatività

Ode ai sogni e all’arte

Se nel primo Diavolo Veste Prada Miranda affilava gli artigli contro Andrea sulla base di un preciso rapporto gerachico del potere, qui non c’è piramide sociale, non c’è un sopra e un sotto. Miranda e Andrea, due donne dal carattere opposto, si ritrovano similissime, schiacciate da un tempo veloce che minaccia seriamente l’arte, la moda, l’umanità. Il genere comedy si presta così a narrare un romanzo sociologico più complesso. Se ci arriva così netto il mutamento rispetto al primo film, forse, è proprio perchè con lui, siamo cambiati anche noi, in questi 20 anni e il cinema ce lo ricorda. Eppure, c’è da dire, siamo sempre gli stessi. Gli stessi che fanno il tifo per Andrea, che ridono con l’ironia pungente di Miranda e Nigel, che credono possibile il riscatto sociale. Siamo sempre gli stessi, e su questo i sequel giocano sempre facile, riattivando quella romantica nostalgia di cui si nutrono per avere successo. Ma con Il Diavolo Veste Prada, non solo siamo cresciuti, ma abbiamo cominciato a capire cosa implicasse cambiare ascoltando l’istinto. Se il giornalismo, e con lui la società, sono cambiati, non lo sono le emozioni umane, come la gioia di crescere, amare, fare il lavoro che si vuole davvero, difendendolo da tutti e tutto. Processi umanissimi che solo l’arte è in grado di preservare.

Doriana Gatta