Il Golem, uno dei testi più sofisticati e complessi del drammaturgo spagnolo Juan Mayorga, debutta nella cornice del teatro India dall’11 al 23 Marzo. Per la produzione del Teatro di Roma – Teatro Nazionale, di Sardegna Teatro e del Teatro Stabile dell’Umbria, lo spettacolo è diretto da Jacopo Gassman, alle prese per la quarta volta con l’autore madrileno, punto di riferimento delle sue messinscene. Tre soli gli interpreti: Elena Bucci, Monica Piseddu e Woody Neri, che si avvicendano in scene perlopiù di coppia tra le stanze di vetro della bellissima scenografia tripartita di Gregorio Zurla. Lo spettacolo si inserisce nel trittico di rappresentazioni che il Teatro di Roma dedica al tema della cultura ebraica per una riflessione sulla tragedia dell’antisemitismo.
Parole, identità e potere nel Golem

La storia del Golem è quella di Felicia, una donna che, per tentare di salvare suo marito da una malattia incurabile, si affida ad un’organizzazione segreta che promette di curare l’uomo, a patto che la donna impari tre nuove parole al giorno. Lentamente, come in una perturbante variazione sul tema della metamorfosi kafkiana, qualcosa muta nel profondo della personalità della donna. Felicia inizia ad avere a che fare con strani incubi, a ricordare persone che non ha mai incontrato, luoghi in cui non è mai stata, a riconoscersi in un volto che non è il suo. La memoria dell’intera vita di un’altra persona sta pian piano diventando la sua. Si scopre che sta accogliendo dentro di sé l’identità e la parola di un leader rivoluzionario del passato.
L’opera è ambientata in un futuro distopico in cui il sistema sanitario nazionale è in via di smantellamento (e ricordiamo che l’opera è uscita nel 2022, alla fine dell’era covid). I trattamenti farmacologici hanno smesso di essere finanziati e molti pazienti vengono buttati fuori dagli ospedali. Tumulti imperversano per le strade, gremite dalla folla inferocita. Anche per questo nella struttura che sta accogliendo Ismael, il marito di Felicia, i dottori stanno cercando in gran segreto di “resuscitare” la memoria e il messaggio di questo profeta rivoluzionario. Felicia, senza saperlo, accetta di fare da cavia per questo transfert mnemonico. Ricopia pagine e manda a memoria parole di un altro che non ha mai visto ma che le diventa presto terribilmente familiare.
Felicia incontra e si scontra con la misteriosa traduttrice Salinas, che non è né un medico né un paziente. Proprio lei si preoccupa di avvertire la protagonista, prima che firmi l’accordo. “Trattandosi di parole, potrà rivelarsi molto pericoloso.” I suoi monologhi sul lato magico e quasi divino delle parole sono il cuore pulsante dell’intera drammaturgia. “Scegli una parola qualsiasi: non troverai due persone che la scrivano o la pronuncino allo stesso modo. Nella parola scritta o pronunciata c’è qualcosa che appartiene solo a chi la dice. Quello che non si lascia tradurre è la cosa più importante. Ecco perché la cosa più difficile è tradurre all’interno della propria lingua. Tutti siamo traduttori gli uni degli altri, e ognuno di sé stesso, ma quasi sempre traduciamo male.”
Secondo lei, il significato di una frase è del tutto irrilevante rispetto alla sua verità, e appartiene all’intenzione. La verità sorge quando muore l’intenzione di chi quella frase l’ha pronunciata, assieme alla sua ira, al suo desiderio, alla sua paura. La verità appartiene al regno del significante e non a quello del significato. Nel modo in cui scriviamo le parole, così come nella maniera in cui le pronunciamo, è racchiusa la nostra vita, come in una torre senza porte né finestre. Seguendo tali dissertazioni, sembra di leggere tra le righe i principali autori che hanno ispirato Mayorga: il Borges labirintico (la prodigiosa memoria di Funes) e il Walter Benjamin del Compito del traduttore.
Il Golem di Mayorga al teatro India: la messinscena di Jacopo Gassman
Spettacolo molto ragionato e introiettivo, a tratti quasi una dissertazione linguistico-filosofica, non concede nulla alla facile fruibilità. Il regista punta a un effetto emotivo di bassa intensità, ma lunga durata. Le riflessioni che propone lasciano interdetti, e paiono quasi inaccettabili al buon senso comune. La performance degli attori è tutta incentrata sulla restituzione delle parole, vere protagoniste della vicenda. Le azioni sceniche sono ridotte all’osso, ma i rapporti di forza tra i personaggi sono ben rappresentati dalla loro vicinanza o lontananza. Il comparto video di Lorenzo Letizia invade a tratti il palco con suggestive proiezioni di ambienti marini e boschivi, ben giustificati dalla narrazione.
Notevole la scenografia, composta da due alti corridoi diagonali di vetro, divisi da porte, che si incontrano al centro del palco. Ne resta fuori uno spiazzo centrale, in cui vengono ambientate le scene nel cortile della clinica. Nei corridoi si scorgono invece gli interni della struttura: la stanza da letto di Ismael, la caffetteria, il tavolo elicoidale in cui Felicia apprende a forza le parole. Pochissimi sono gli oggetti di scena: un libricino di racconti in una lingua sconosciuta (quella del rivoluzionario?), e un bicchierino di liquore che ricorda a Felicia il suo traumatico passato di alcolista.
Lorenzo La Rovere
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