Ovazione del pubblico del Torino Film Festival per l’unico film italiano in concorso, Il grande passo.

Dopo il fortunatissimo Finché c’è Prosecco c’è speranza, Antonio Padovan ritorna dietro la macchina da presa con Il grande passo per raccontarci una storia ai confini del mondo, o, meglio, extra-terrestre.

“Astolfo viene incaricato da Dio di recarsi sulla Luna (dove si raccolgono tutte le cose che si perdono in Terra) per recuperare il senno del campione cristiano”.

Ludovico Ariosto, Orlando Furioso

Anche in questa storia c’entra la luna, e c’entra una perdita. Una perdita che i due protagonisti disegnati da Padovan difficilmente riescono a superare.

TRAMA de IL GRANDE PASSO

Costruire in un fienile un missile per andare sulla Luna sembra una roba da matti. E nel piccolo bar del Polesine, Dario (Giuseppe Battiston) è considerato più che lo scemo, il velleitario del villaggio. Un Ufo antropologico. Un giorno compare il fratello (fratellastro) Mario (Stefano Fresi): figli dello stesso padre, madri diverse. Dopo insofferenze e bisticci nasce la complicità.

Coppia riuscitissima, quella Battiston-Fresi, la cui somiglianza fisica è così sorprendente da far cadere lo spettatore nel dubbio di trovarsi di fronte alla stessa persona. Tanto è la somiglianza fisica, quanto la differenza di carattere. Mario, romano, ligio al dovere e attaccatissimo alla madre, passa le sue giornate tra la ferramenta a conduzione familiare e l’attesa di vincere un frullatore con i punti della spesa. Dario, che mi piace descrivere con una sua citazione “la cosa più difficile dell’andare sulla Luna è staccarsi da questa cazzo di Terra”. Dario è un outsider, un reietto che fatica ad integrarsi in una civiltà veneta collocata fuori dal tempo e dalla frenesia metropolitana. Tutta la sua vita è stata spesa, anno dopo anno, per il grandissimo progetto di costruzione di questa artigianale e sgangerata navicella spensierata.

Il grande passo. Photo Credit: dal web
Il grande passo. Photo Credit: dal web

Questa storia è nata due anni fa, mentre stavo finendo Finché c’è prosecco c’è speranza. Era il mio primo film, ed era tratto da un libro. Volevo realizzare qualcosa di mio, mi affascinava l’idea di un sogno impossibile, che poi magari sarebbe anche fallito. Mi interessava capire come questo si rifletta sulla famiglia, su chi ci circonda”

Un film che riuscitissimo nel quale vale la pena immergersi, per sognare un po’ e ritornare tutti un po’ bambini.

Seguici su MMI

© RIPRODUZIONE RISERVATA