Ci sono film che appartengono ad un movimento. Che fanno parte di una categoria o di un genere. Film che fotografano un periodo e un luogo. Film che raccontano delle storie ben precise, con un inizio ed una fine. E poi ci sono i film di Michelangelo Antonioni. Le sue opere lasciano il segno. Come “Il grido“. Impossibile uscirne senza alcuna cicatrice. Difficile, dopo i titoli di coda, pensare ad altro. Opere mai fini a se stesse le sue. Mai inutili, dove i cosiddetti “campi vuoti”, in cui nulla accade parlano più dei dialoghi o di una scena di fuoco e fiamme. Dove il dialogo fra lui e noi è indissolubile.
Nulla è lasciato al caso e niente è futile nel cinema di Antonioni. Del resto i suoi regali al mondo parlano dell’uomo e dei suoi aspetti più profondi e remoti. Quanto di meno inutile si possa mostrare. Il suo stile e i suoi contenuti hanno però raggiunto con il tempo la maturità che lo ha reso per sempre uno dei più grandi del panorama cinematografico. Una maturità, una svolta, che si snocciola con il “Il grido” e la sua storia tormentata e struggente.

La storia di Aldo, l’insofferenza e l’amaro destino
Quella de “Il grido” è la storia di Aldo, operaio in uno zuccherificio della Val Padana, che convive da anni con Irma, da cui ha avuto una bambina. Quando arriva la notizia della morte del marito di Irma, Aldo le chiede di sposarlo, ma lei confessa di non amarlo più e di avere una relazione con un altro. Aldo non riesce a capire, è sconvolto. E dopo aver tentato di farle cambiare idea con le parole e con le mani addosso, di fronte all’impassibilità di Irma, lascia il lavoro e la casa e assieme alla figlia intraprende un viaggio senza meta alla ricerca di una nuova vita.
Così gira con la bambina nella zona del Po, sull’argine del fiume, tra i filari, nel fango. Mangiano qua e là, dormono dove possono. Visita Elvia, la fidanzata di un tempo, incontra Virginia, la padrona di un chiosco di benzina e infine conosce Andreina, una giovane, tanto bella quanto triste. Ma non si fermerà da nessuna e con nessuna di loro. Una mattina rispedisce la bambina dalla mamma. È insofferente, e non riesce a lavorare. Farà un ultimo tentativo finale tornando da Irma, affrontando l’amara verità del suo destino.

Il paradosso di Steve Cochran e il grande ritorno di Alida Valli
Antonioni riprende Aldo spesso di fronte, quasi mai di spalle, come se lui sia sempre un passo indietro a tutto. Sembra quasi uno paradosso vedere l’americano Steve Cochran vestire i panni di Aldo. Lui che nel cinema hollywoodiano era stato un gangster duro e senza rimorsi, un sergente di polizia corrotto e uno spietato cowboy dalle brutte intenzioni. Cochran che nella vita reale ebbe fama di grande seduttore, protagonista di numerose relazioni con celebri attrici e con 3 matrimoni alle spalle. Nelle cronache rosa sembrava uscirne sempre vincitore, col cuore sempre pronto a trovare una sostituta in men che non si dica.
In questo film invece la sua Irma, interpretata magistralmente da Alida Valli, sembra insostituibile e le donne che incontra offrono amori “piccoli” che a lui non bastano. Alida Valli che tornò con questo film ai vertici del cinema italiano, dopo l’ottima parentesi hollywoodiana, dove recitò a fianco di Gregory Peck e Orson Welles, diretta da Alfred Hitchcock e Carol Redd. Il suo grido nel finale, che dona il titolo al film, spegne la freddezza insormontabile del suo personaggio.

Gianni Di Venanzo, fotografo dell’incomunicabilità
“Il grido” segna anche l’inizio dell’efficace collaborazione tra Antonioni e il direttore della fotografia Gianni Di Venanzo, qui premiato con il Nastro d’argento, che proseguirà con la trilogia dell’incomunicabilità, con la quale il regista affronta il tema dell’alienazione e del dialogo esistenziale. La “scrittura con la luce” di Di Venanzo accompagna l’angosciante girovagare del protagonista di questa opera.
Le inquadrature in spazi aperti ne fanno percepire ancora di più la solitudine, non fisica ma dell’animo e del cuore spezzato. Un cuore ferito che lo porterà ad alienarsi, a poco a poco, da una società che sembra non aver un posto per lui. Aldo è infatti decentrato nello schermo come nell’ambiente in cui prova a vivere e dove smette di reagire. È predestinato ad essere solo come il pianoforte, unico e solo strumento della musica di Giovanni Fusco.

La svolta di Antonioni, il silenzio dell’uomo
I campi lunghi, tipici del cinema di Antonioni, risaltano il rapporto tra l’uomo e l’ambiente che lo circonda e da questa opera inizieranno anche le riprese più lunghe e meno frammentate, nelle quali lo spettatore si perde, nel pessimismo di questa storia. È il film della svolta definitiva del regista, del passaggio della sua arte da un periodo ancora legato in qualche modo alle “regole” del neorealismo (sempre sperimentato a modo suo) ad una fase di piena maturità che sfocerà con i successivi film. C’è l’attenzione alla gente comune, alla realtà sociale ma a prevalere su tutto è l’angoscia e il silenzio dell’uomo contemporaneo.

Un film direi attuale per la solitudine che nei mesi scorsi (di lockdown) abbiamo fronteggiato. Ma la solitudine di Aldo è diversa. Il sui ritiro non è imposto dalle autorità. È un emarginazione non necessaria come la nostra. Un abbandono nel cuore e nell’animo. Un film assolutamente da recuperare. Chi ha Prime Video proprio no, non è giustificato.
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