Siamo cresciuti con un ricatto emotivo silenzioso, simile a quello dello zio che, davanti un nostro rifiuto da piccoli, sentenziava: “Se non mi dai un bacio, non ti voglio più bene”. Una forma di obbedienza e senso di colpa che, inconsciamente, abbiamo traslato anche nel mondo del lavoro. Siamo stati guidati dall’idea che “il lavoro nobilita l’uomo” senza, però, porci ulteriori domande. Ci hanno insegnato che l’impiego esige una gratitudine cieca, un’obbedienza che non ammette eccezioni. Proprio come se avere “un posto fisso” fosse un regalo, anziché uno scambio equo. Tuttavia, la realtà è ben più insidiosa. Il lavoro nobilita la persona solo se non costringe a fare i conti per la spesa. Se è svilente, usurante, precario o sottopagato, per cosa dovremmo essere grati? Questa è l’eredità di un vecchio trauma che ci impedisce di dire no, soprattutto senza sensi di colpa. 

Il lavoro deve essere il mezzo, non il fine ultimo

In questo terreno insidioso, anche il solo diritto di lamentarci è diventato un tabù. In particolar modo, le generazioni passate assistono a questo cambio di paradigma con un astio che alimenta il nostro senso di colpa. Ci sentiamo quasi obbligati a scusarci per non essere entusiasti di essere stati “scelti”, come se l’assunzione fosse una grazia ricevuta e non un accordo tra professionisti. Ma se per chi ci ha preceduto il lavoro era l’ultimo traguardo, per noi gli obiettivi sono mutati. Esigere gratitudine da chi è in pieno burnout non è solo anacronistico: è un insulto. Il lavoro non è un favore concesso, ma un scambio di valore che non può prescindere dalla dignità.

C’è un confine sottile, e spesso violato, tra il lavoro che costruisce e il lavoro che consuma. Se l’impiego assorbe ogni frammento della nostra energia, se torniamo a causa esausti persino per pensare, cosa resta di noi? Cosa resta dell’altro che non concerne il lavoro? Il tempo è l’unica risorsa che non possiamo comprare, eppure ci è stato insegnato a svenderlo come se fosse gratis. Dov’è la nobilitazione in questo meccanismo? Un lavoro che usura il corpo e la mente e ci garantisce una sopravvivenza precaria non ci sta elevando, ci sta inevitabilmente spegnendo. La vera dignità non risiede nel sacrificio silenzioso, ma nella libertà di riappropriarsi di uno spazio individuale.

La gratitudine cieca non è più ammissibile

Quindi, è davvero il lavoro a nobilitare l’uomo? No e, in realtà, non l’ha mai fatto. Rendersi conto che il lavoro non può essere il fine, ma il mezzo è una consapevolezza relativamente recente. È la nostra generazione che si sta imponendo di essere meno disillusa, più consapevole della propria persona e del proprio tempo. Nonostante ciò, resta complesso sradicare un meccanismo di pensiero diffuso anche negli ambienti lavorativi stessi. Il primo passo, però, è smettere di scusarsi per la propria stanchezza. Smettere, tra le altre cose, di ringraziare e accontentarsi delle briciole. Smettere, soprattutto, di ignorare l’insoddisfazione e l’infelicità. Anche nei lavori adeguatamente retribuiti il rischio di burnout e depressione è elevatissimo. Il solo esistere “in un mondo dominato dalla crescita, ossessionato dalla produttività e dalla competitività” è motivo di preoccupazione. “Sono le persone in povertà, spesso impiegate in lavori informali o precari”, come spiega De Schutter, “a soffrire maggiormente di questa condizione, senza risorse sufficienti per affrontarla. Ciò crea una crisi di salute mentale largamente ignorata e invisibile”.

Nostro malgrado, esistono aspetti della vita che non possiamo cambiare. Ne sono un esempio le persone che, pur disprezzando il loro lavoro, sanno di non poter cercare altrove. O, ancora, chi teme di lasciare un impiego mal gestito per paura di trovarne uno peggiore. Tuttavia, non è mai tardi per ammettere che non è il sudore versato senza domande a elevarci, ma la capacità di alzare la testa e rivendicare un’esistenza che valga la pena di essere vissuta, soprattutto quando non stiamo lavorando. Per tutti coloro che, invece, sono ancora alla ricerca il consiglio è: non accontentatevi. Se gli straordinari non vengono pagati, se la malattia viene vista come affronto, se le ore sono invalidanti, non è giusto accettare per il senso del dovere. Il lavoro deve fornire gli strumenti per poter vivere una vita piena, non rappresentare l’unico obiettivo.

Stefania Cirillo