Edward Malus (Nicholas Cage) è un agente della polizia stradale a riposo forzato dopo che un grottesco incidente è costato la vita ad un’automobilista e alla sua figlia. Sull’orlo di un crollo nervoso, viene contattato via posta da Willow, una vecchia fiamma che gli chiede disperatamente aiuto. E’ lui il prescelto per ritrovare sua figlia Rowan, residente con lei sull’isola di Summerisle, e misteriosamente scomparsa.
Edward parte senza indugio per l’isola, ma presto si rende conto di quanto qualcosa non quadri. Gli abitanti dell’isola rispettano peculiari regole proprie e sembrano adepti di un misterioso culto pagano…
“Il prescelto”: lo scottante affaire remake
Senza voler approfondire l’annosa quanto noiosa questione del remake sì – remake no, è ovvio che una certa domanda di fondo rimane. Che per i puristi tout court, quelli per cui la cinematografia ha senso solo ed esclusivamente quando risponde ad una più alta necessità artistica e comunicativa, e non anche a semplici rapporti di spesa e guadagno dei suoi creatori, verte intorno alla domanda sulla effettiva necessità della produzione della stragrande maggioranza delle pellicole in circolazione, originali o meno. La faccenda si fa estremamente più drammatica quando i più arditi vanno a toccare sacre reliquie. Stracultissimi che hanno lasciato un segno nella storia del cinema e che, più che ammodernati, calati nel contemporaneo, riproposti, secondo alcuni andrebbero gelosamente tenuti dentro a una teca di vetro e difesi dagli infedeli del culto.
“The Wicker Man” di Robin Hardy, data 1973, è uno di questi. Sostanzialmente indefinibile, e per convenzione inserita nella categoria degli horror, la pellicola scritta dal grande drammaturgo Anthony Shaffer ha tutti i crismi per essere un lavoro tanto venerato. Tanto più quando la sua è un’idolatria che, da cult purissimo, non ha mai dilagato nel mainstream fuori dalla ridotta cerchia di suoi cultori. Anche per un rigoroso lavoro di censura che, a distanza di decenni, non ne ha mai permesso la distribuzione che avrebbe meritato.
“Il prescelto”: le ragioni di un remake
Meravigliosa pellicola dalle mille forme, che prende ciò gli serve da ogni genere e lo sottomette alla propria specifica narrativa, è una lenta e ipnotica immersione del devoto e puritano sergente Howie all’interno del microcosmo di Summerisle, isola delle Ebridi interne la cui popolazione è devota al millenario e dionisiaco culto pagano della fertilità e dell’ adorazione di divinità naturali. La violenta dicotomia che deriva tra i precetti fondanti dei due credi porterà alle inevitabili, estreme conseguenze. Uno dei grandi meriti della pellicola è quello di lasciare che, date le premesse, gli eventi facciano il loro inevitabile corso. Senza forzature narrative, twist obbligati e trucchetti di scrittura. Un’idea forte, che sottende a tematiche enormi, e scritta bene. Anche una riflessione sulla fede e le sue declinazioni in senso lato. Una cui riproposizione e aggiornamento rispetto ai tempi moderni, a quasi trentacinque anni di distanza, avrebbe avuto assolutamente senso.
Bene, il suo remake a firma Neil LaBute (“Nella società degli uomini”), prodotto e interpretato da Nicholas Cage, non ha niente a che vedere con tutto questo. Più che per le effettive ragioni del suo essere diventato cult, pare che ai nostri sia bastato l’hype dello status di cult dell’originale per pensare di poterlo riproporre con successo. Passi pure l’idea della commercializzazione brutale del concept, qui il punto è un altro. Il problema è che tutto risulta estremamente banalizzato, e con rara incuria. Quella che in origine è affrontata come brutale frizione tra universi opposti, a cui nulla serve se non i propri elementi costitutivi per creare tensione reciproca, nel film di LaBute viene ridotta al mero pretesto per un lungometraggio tra horror e thriller. Niente di male, fosse fatto con idee e senso.
L’importanza del fact-checking
Se nella pellicola originale la coralità dei protagonisti permetteva un respiro decisamente più ampio all’intera vicenda, ne “Il prescelto” tutto ruota intorno al suo protagonista, un Nicholas Cage scarico come poche altre volte. Il suo è un povero diavolo strattonato continuamente da eventi su cui, senza alcuna ragione specifica, non ha alcun controllo. Frutti di una sceneggiatura pretestuosa e di un riadattamento alla meno peggio sul territorio americano. Infarcita di twist gratuiti ed immotivati e una consequenzialità degli eventi debole e posticcia.
E’ un adattamento “semplificato” dello script originale che inciampa ad ogni passo, come quando decide di trasformare il culto dell’isola in una forma di matriarcato pagano dove gli uomini sono ridotte a bestie da soma e riproduzione ma al contempo si circonda di simbolismi fallici. Dozzinale e involontariamente comico (l’inquietante rituale zoomorfista dell’originale tradotto in bieca carnevalata), “Il prescelto” vorrebbe forse navigare intorno alle acque di un “The Village” e dei suoi perfetti meccanismi a incastro. Ma le differenze con la pellicola di Shyamalan sono semplicemente abissali, sia a livello di costruzione narrativa che di cinematografia. Un film faticoso nella concezione più mortificante del termine. Che si conosca o meno il modello a cui vorrebbe riferirsi, è una delle più recenti dimostrazioni pratiche della relatività del tempo. Un’ora e mezza che finisce mai.
Andrea Avvenengo
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