Gabriel José de la Concordia García Márquez, noto semplicemente come Gabriel García Márquez (o, addirittura, Gabo, è nato ad Aracataca il 6 marzo 1927 ed è stato uno degli autori più importanti e significativi del secolo scorso, insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1982.

Insieme al peruviano Mario Vargas Llosa, all’argentino Julio Cortázar e al messicano Carlos Fuentes, è stato uno dei quattro scrittori sudamericani protagonisti del boom letterario degli anni Sessanta/Settanta. Il suo libro più celebre, Cent’anni di solitudine, gli ha donato la fama internazionale, ed è stato fonte d’ispirazione per una nuova generazione di autori, da Isabel Allende a Paulo Coelho. Attraverso le sue opere, Márquez ha recuperato la narrativa fantastica del romanticismo europeo e il romance, stile di moda prima dell’avvento del romanzo moderno nel nel XVIII secolo, quando la mescolanza di reale e invenzione venne relegata al genere gotico (Shelley, Lewis etc.).

Cent’anni di solitudine e la ciclicità della storia secondo Gabriel García Márquez

Gabriel García Márquez
L’autore Gabriel García Márquez

Cent’anni di solitudine inverte le tendenze dell’epoca e va a recuperare questo mix tra verità e fantasia, dando vita a un realismo magico, che reinterpreta e racconta lo sviluppo della storia colombiana. Lo fa attraverso le vicende della famiglia Buendía, i cui membri, tra mito e fatti di cronaca, entrano nelle trame degli eventi che hanno definito il Paese e il suo cambiamento nel corso del XIX secolo.

Tra le pagine del romanzo appaiono gli scontri politici riguardo alle nuove riforme, l’arrivo della ferrovia in una regione montuosa come quella del villaggio immaginario di Macondo, la Guerra dei Mille Giorni. E ancora, il cinema, l’automobile, i grandi scioperi. Un progresso apparentemente inarrestabile che, però, s’infrange contro l’inevitabile ripetitività del tempo. L’essere umano, in fondo, non cambierà mai sul serio. L’indole, l’istinto di sopravvivenza, i vizi e le virtù si tramandano di generazione in generazione, a volte saltandone una, ma tornando sempre, in qualche modo.

Il mondo dei vivi e quello dei morti, magicamente confusi

Corsi e ricorsi storici e personali sono, dunque, al centro delle tematiche trattate da Márquez in Cent’anni di solitudine e anche in altri libri, come L’amore ai tempi del colera e Memoria delle mie puttane tristi. L’autore inserisce i suoi personaggi un microcosmo arcano, in cui la linea di demarcazione tra vivi e morti non è ben definita, proprio in virtù di questa ciclicità polibiana. Ciò che è stato è ancora e, un domani, tornerà ad essere. Ogni generazione è frutto della precedente e seme della successiva e, nonostante la società continui a evolvere, gli istinti viscerali degli uomini restano invariati.

Ad alcuni di loro, talvolta, Márquez assegna il dono e fardello della chiaroveggenza, che però non altera il corso degli eventi. L’atmosfera predominante è, dunque, una decadenza di fondo, ben descritta dallo stile crudo e al tempo stesso epico della sua penna. Eroi tragici si schiantano contro la ferocia della storia, e finiscono per essere schiacciati dalla vita, non potendo far altro che aggrapparsi alla nostalgia del passato. Il suo stile, a tratti hemingwayano, è fatto d’intrecci, digressioni, prolessi e analessi, è arricchito dall’uso di frasi quasi poetiche nella prosa, e presenta un linguaggio ricercato e prosaico alternato a seconda del personaggio e contornato da storie corali e parallele.

Il narratore è spesso esterno e onnisciente, ed non può far altro che assistere, impotente, alla sconfitta dei Buendía e dell’umanità stessa di fronte allo scorrere e al ricorrere del tempo, ben sapendo che «le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra.».

Federica Checchia

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