Che questo 2026 sia iniziato all’insegna delle stranezze lo si era capito dagli avvenimenti, esteri e nazionali, che costellano le pagine di cronaca di questo primo mese dell’anno. E alla serie di eventi curiosi (se così si possono chiamare), si aggiunge l’ultimo, avvenuto a Roma. Nella chiesa di San Lorenzo in Lucina, infatti, troneggia un affresco col volto di Giorgia Meloni. No, non è un falso storico: la vicenda ha dell’incredibile e la stessa Premier forse non si è ancora resa conto della gravità della situazione.
Affresco di Giorgia Meloni o danno al patrimonio? La vicenda di San Lorenzo in Lucina

Ma procediamo con ordine: attualmente sono in corso lavori di restauro all’interno della chiesa, condotti da professionisti. Questi professionisti, tuttavia, non si sono interessati dell’affresco nella parete dedicata ad Umberto II. A metterci le mani è stato, infatti, un sacrestano e decoratore, Bruno Valentinetti. Il volontario ha anche apposto su un cartiglio il suo intervento (“Instauratum et exornatum Bruno Valentinetti AD MMXXV”). Come spiega il Corriere, “In parrocchia viene descritto come un volontario presente quotidianamente al mattino”.
In rete emergono riferimenti ad altri lavori decorativi attribuiti a lui, compresa la stessa cappella già nel 2002, e collaborazioni in contesti extra-ecclesiali, come interventi presso la residenza di Macherio di Silvio Berlusconi. Risulta anche una sua candidatura politica, in passato, con La Destra – Fiamma Tricolore nel I Municipio di Roma”. Alla Repubblica il sagrestano ha però negato la somiglianza con la premier, oltre a smentire la sua candidatura con La Destra nel 2013: infatti, afferma che si è “forse candidato con la destra a sua insaputa”.
Chi interviene ora
Oltre alle intenzioni, che non si possono processare -almeno, non in questa sede- viene spontanea una domanda: Perché un volontario, senza titolo di studio in Restauro, ha effettuato un intervento del genere? A rispondere ora sarà la Soprintendenza Speciale di Roma Capitale. L’ente ministeriale effettuerà un sopralluogo per valutare l’esito del restauro. È bene ricordare che il Codice dei Beni Culturali, con il Decreto Legislativo n. 42 del 22 gennaio 2004), all’articolo 9-bis (introdotto nel 2014), prevede che “gli interventi operativi di tutela, protezione e conservazione dei beni culturali nonché quelli relativi alla valorizzazione e alla fruizione dei beni stessi […] sono affidati alla responsabilità e all’attuazione, secondo le rispettive competenze, di archeologi, archivisti, bibliotecari, demoetnoantropologi, antropologi fisici, restauratori di beni culturali e collaboratori restauratori di beni culturali, esperti di diagnostica e di scienze e tecnologia applicate ai beni culturali e storici dell’arte, in possesso di adeguata formazione ed esperienza professionale”.
Sempre ai sensi del Codice, sono considerati beni culturali le “cose immobili e mobili che presentano interesse artistico, storico, archeologico, etnoantropologico, archivistico e bibliografico e le altre cose individuate dalla legge o in base alla legge quali testimonianze aventi valore di civiltà”. Affinché un oggetto sia considerato culturale, è necessario un provvedimento degli organi competenti del Ministero (le Soprintendenze) che si occupano di verificarne l’interesse culturale. Accertato quest’ultimo, rilasceranno la dichiarazione d’interesse culturale che sottopone il bene ai vincoli previsti dalla legge.
La storia della basilica
La basilica di San Lorenzo in Lucina, dove si trova la Crocifissione di Guido Reni, è diventata bene di interesse culturale già nel 1951. La parete interessata dalla vicenda si trova nella cappella a ridosso dell’altar maggiore, appena dopo la cappella Fonseca. Qui troviamo il busto di Gabriele Fonseca di Gian Lorenzo Bernini (1668-1674). Gli altri punti di interesse sono la Cappella del Crocifisso, del 1850, modificata poi da Andrea Busiri Vici (Roma, 1818 – 1911), e Roberto Bompiani (Roma, 1821 – 1908).
Nel 1983 la cappella passa ai Savoia, quando la parete di destra diventa dedica ad Umberto II di Savoia. A volere fortemente questa iniziativa fu l’allora parroco Piero Pintus, priore dell’Ordine dei Cavalieri di San Maurizio e Lazzaro, e cappellano della Casa di Savoia. Il parroco volle l’aggiunta alla cappella si una targa in onore del sovrano scomparso due anni prima e un suo busto. In base alle leggi vigenti all’epoca, anche allora la Soprintendenza doveva autorizzare i nuovi affreschi. Figuriamoci nel 2026, snaturando il volto di un angelo in questo modo.
Cosa potrebbe succedere ora
Insomma, dai documenti ministeriali emerge che anche la parete dedicata ad Umberto II detiene il vincolo come tutto il resto della chiesa. Per questo il restauro va autorizzato ed effettuato da un restauratore adeguatamente formato ed esperto. Il professionista rispetta infatti precisi criteri stabiliti per legge, oltre ad avere l’autorizzazione della Soprintendenza. Sarà la stessa Soprintendenza ad accertarsi che il restauro sia stato condotto in maniera professionale e nel rispetto del bene storico. Questo non esclude interventi volontari, purché autorizzati sempre dalla Soprintendenza e, anche qui, eseguiti da restauratori professionisti.
Dopo il sopralluogo, gli scenari possono essere due. Da un lato, la violazione degli obblighi di protezione e conservazione. In questo caso, il bene ha subìto un danno: il Ministero ordina al responsabile del restauro l’esecuzione (a sue spese) la reintegrazione. Nel caso la reintegrazione non sia possibile, il responsabile dovrà corrispondere allo Stato una somma pari al valore del bene perduto (o alla diminuzione del valore subito dal bene). Non si esclude, poi, un illecito. Se effettivamente la Soprintendenza accerterà che il volto rientri nella fattispecie dell’articolo 169 del Codice dei Beni Culturali (demolizione, rimozione, modifica, restauro o esecuzione di opera di qualunque genere sui beni culturali) il responsabile dell’illecito rischia l’arresto da sei mesi a un anno e un’ammenda da 775 euro a 38.734,50. Ora è tutto nelle mani della Soprintendenza speciale di Roma, che verificherà le autorizzazioni (cosa che andrebbe fatta per ogni intervento all’interno di un bene vincolato). E se dovesse accertare che il restauro è andato troppo oltre, il bene andrà riportato al suo aspetto originario. Sempre che il restauro sia stato eseguito, ma non è purtroppo scontato, secondo il principio di reversibilità.
Marianna Soru





