Uno Spritz, un Cosmopolitan, un Long Island, un French 75 per lei. Una Tequila, un Whiskey, un Manatthan per lui. Un classico dell’estate, o sessismo che si nasconde dietro agli stereotipi? Un drink rosa, dolce, ipocalorico per lei da gustare con le Doritos for lady, le patatine pensate per scricchiolare meno in bocca così da non imbarazzare le ragazze educate…

Bacardi plume e petal, credits: Washingtonpost
Bacardi plume e petal, credits: Washingtonpost

Cominciamo con il caso dell’estate: Bacardi lancia la linea Plume e Petal a basso contenuto di alcool e calorie e la presenta come una linea “per donne”. Scusa? Va bene, è scientificamente provato che a parità di peso corporeo e quantità di alcool ingerito, la donna ha un tasso alcolemico maggiore, ma ha anche un cervello che le permette di scegliere cosa e quanto bere. Infatti le critiche si sono alzate immediatamente e l’azienda ha dovuto fornire chiarimenti e modificare la campagna di lancio cancellando lo slogan “A Spa-Inspired Spirit for the Modern Woman” e non facendo più riferimento a prodotti “progettati per le donne, da donne”.

Ma non è il solo…

La rete pullula di articoli a tema, dai cocktails “per lei” in occasione dell’8 marzo ai drink che una donna di vera classe deve assolutamente conoscere ed ordinare. Ma siamo sicure che i whiskey siano mascoline pozioni, e non che sia tutta un’impostazione di mercato, uno stereotipo che continua ad influenzare le donne al momento della scelta?

Nemmeno la birra si salva. Anche se sembra assurdo scriverlo nel 2020, esiste una birra ceca, Aurosa, pensata solo per i boccali delle donne. Un “privilegio” da 12 dollari alla bottiglia.

credits: bourbon Italia
credits: bourbon Italia

Il sessismo dall’altro lato del bancone

Non va meglio nel mondo italiano della produzione enologica: il regolamento italiano non prevede il termine “viticoltrice” sulle etichette, e nel 2017 il premio “La Donna del Vino” della Guida ai Migliori 100 vini e vignaioli d’Italia edita dal Corriere della Sera è stato assegnato a Elda Felluga, una delle maggiori imprenditrici italiane, con la motivazione… che è figlia di uno straordinario vignaiolo. Non per le sue capacità, né per la sua formazione, nemmeno per le sue esperienze professionali… per il padre.

E nemmeno le bartender sono esenti dal sessismo. Dai tempi di Ada Coleman, la prima barlady, le cose non sono molto cambiate: si pensa che il ruolo di preparare cocktail, magari di notte, sia un ruolo maschile anche se tantissime sono le donne che lavorano dietro al bancone. Si fanno ricerche dove si spiega a che età concepiscano figli le bartender. Si stilano classifiche per genere come se fosse concepibile una classifica delle cinque migliori dermatologhe italiane… perché ingabbiarle nel loro genere, quando abbiamo più di una donna fra i vincitori della World Class Competition, che elegge ogni anno il miglior bartender mondiale?

Kaitlyn Stewart, vincitrice nel 2017 della World Class Competition credits: dissapore
Kaitlyn Stewart, vincitrice nel 2017 della World Class Competition credits: dissapore

La scelta oltre al genere

Non critichiamo certo un mercato vario quanto i gusti che vi sono al mondo, ma ci piacerebbe che la scelta fra drink e l’altro fosse fatta per le calorie, per la gradazione, per il gusto, per il bouquet, per mille altre ragioni tranne quella di essere uomini o donne. Pensiamo che nasca tutto da ruoli appresi dove impariamo che i maschi dovrebbero essere aggressivi, autorevoli, e preferire un gusto amaro mentre, poiché il ruolo femminile deve essere più amichevole e disponibile, ci si aspetta che la donna bere ordini solo cocktail dolci. Ma il drink non deve avere un genere.

Anche le Doritos: fosse stato un prodotto pensato “per evitare il fastidioso rumore al cinema” sarebbe stato apprezzato da tutti, no?

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