Quello che Mona Fastvold ci chiede, nell’arco delle due ore e rotte de Il Testamento di Ann Lee, è uno sforzo decisamente importante. Nell’opera sceneggiata insieme al marito Brady Corbet, con cui aveva realizzato il meraviglioso The Brutalist – lì i ruoli erano contrari, lui alla regia lei alla sceneggiatura -, Fastvold sembra voler chiedere allo spettatore di sospendere tutto, di entrare dentro la comunità religiosa degli Shakers e di lasciarsi inebriare da balli e musica che scandiscono quello che è un vero e proprio testamento non solo della loro fondatrice Ann Lee ma di un movimento religioso tutto. La problematica principale è che, però, questo sforzo non è mai ripagato da nulla se non da un inebriante circolo vizioso agiografico di musica e immagini in movimento come liberazione corporea e spirituale ma che, a fondamento, non raccontano nulla se non un epopea favolistica e musicale di esaltazione pura. Perché di Ann Lee si racconta la vita, sì, ma lo si fa attraverso il suo sguardo e quello degli Shakers, della setta religiosa fondata da quella che veniva considerata la seconda venuta di Cristo.

E se in The Brutalist il László Tóth di Adrien Brody era un personaggio che si muoveva tra i chiaroscuri, tra i grigi della vita e delle metà mai compiuta del bianco e del nero, Ann Lee avrebbe la potenza per seguire lo stesso sentiero narrativo. Ma ne Il Testamento di Ann Lee non c’è mai un ribaltamento, una contrapposizione se non nella forma della persecuzione che non fa altro che esaltare e sublimare quella agiografia e mistica favola della salvatrice e rincarnazione femminile del divino. Lo sguardo è quello di Ann, quello delle sue visioni, dei suoi paradossi e delle sue imposizioni su una comunità che ciecamente la segue e la venera attraverso un movimento – quello degli Shakers – che fa del moto corporei il suo flusso catalizzatore verso il divino e la divinazione. Una narrazione del femminile e femminista (almeno negli intenti) che vuole raccontare la donna come veicolo e contatto con Dio ma che non fa altro che servire, ciecamente come i suoi adepti, l’epos e il mito di una figura decisamente più problematica di come Mona Fastvold ci voglia far credere.

Il testamento di Ann Lee: involucro

Madre di quattro figli morti alla nascita, Ann Lee ricerca e trova nella setta dei Quaccheri quello sfogo e quella necessità di dare un senso e uno scopo ad una vita in un contesto e un periodo devastanti per corpo e anima. Ne diventerà allora la guida fisica e spirituale fondando il movimento calvinista degli Shakers che fa dell’astinenza sessuale e fisica il suo mantra per ripulire l’anima verso l’ascensione divina. Si professerà la nuova venuta di Cristo al femminile e, intorno al 1774, porterà il suo vangelo in America alla ricerca di nuova fortuna e la sopravvivenza del movimento in una terra ancora giovane. Ma sarà proprio quella stessa land of dream a segnare la sua fine e la vera distruzione del culto, che sopravvive ancora oggi ma in comunità infinitesimali. E il discorso che Mona Fastvold sembra voler sviluppare in questa seconda parte americana sembra anche iniziare a convincere, portando lo sguardo verso la distruzione e la disintegrazione di una sorta di sogno americano in forma evangelica.

Ma la speranza si spegne sul nascere quando la regista sceglie di accompagnare il nostro sguardo verso la creazione di immagini e di affreschi umani. E questa è forse la vera forza (se non l’unica) de Il Testamento di Ann Lee. Fastvold si preoccupa più dei quattro lati dello schermo che della vera resa narrativa del film. Le meravigliose musiche di Daniel Blumberg (che aveva lavorato a quella folgorante colonna sonora di The Brutalist) pervadono i sensi e guidano la camera dentro le setta che si muove senza sosta. Un ossequio costante alla figura di Ann Lee (una meravigliosa Amanda Seyfried, innegabile) attraverso una baraonda e una babele della macchina che trascina lo spettatore nel fondo delle coreografie evangeliche. La sensazione è che si sia voluto nascondere la povertà nella scrittura con un altrettanta ricchezza nella messa a fuoco dei soggetti. Un’involucro svuotato della sua essenza, una fornace senza fiamma.

Dogma

Ann Lee e la sua figura non viene mai messa in discussione, non si innesta mai un dubbio o una controparte altrettanto efficace se non nella figura del marito (Christopher Abbott) ma senza mezzi e strumenti per risultare efficace se non nella critica all’astinenza, di stampo puramente maschile. E allora Il Testamento di Ann Lee non lavora sulla conflittualità della sua protagonista, non ne mette in dubbio il processo di creazione ma si limita a mostrare le mestizie di una vita vissuta sul filo del fanatismo che poi dilagherà, in centinaia di forme, negli Stati Uniti di prossima creazione. Il musical e la musicalità serve a coprire questa mancanza, inebriando di visioni, danze e musiche uno spettatore troppo frastornato dalla potenza delle immagini per riuscire, anche solo per un momento, a mettere in dubbio il racconto. Ann Lee si professava la seconda venuta di Cristo, la sua reincarnazione in forma femminile. E la problematicità di un’affermazione del genere non trova nessuno spazio in cui insinuarsi in danze vorticose di corpi troppo stretti per lasciar passare qualsivoglia dubbio. Ma un conto è se dogmatico lo è un adepto, altro conto è se lo è, forzatamente, il nostro sguardo.

Alessandro Libianchi