Non avremmo mai voluto sentire la notizia della morte di Rob Reiner, ancora di più di questa, trattandosi di una dinamica efferata e avvolta nel mistero di un parricidio. Al di là del turpe delitto del regista e della sua storica moglie Michele Singer, soffermiamoci sulle tematiche su cui il suo cinema si è irradiato. L’amore, l’abbandono, la voglia di cambiare le cose. Con Reiner va via il mondo complesso degli Anni ’90 e 2000′, un mondo che fa cadere i clichè, e che parla ancora terribilmente di noi.

Rob Reiner: una vita intera nel cinema

Cresciuto in un mondo intriso di cinema, per merito del padre, Carl Reiner, iniziò la sua carriera come attore. La svolta arrivò negli anni ’70 con il ruolo di Mike “Meathead” Stivic nella sitcom All in the Family, che lo portò alla fama nazionale e gli valse due Emmy Awards. Spazia nel corso della sua carriera tra regia, sceneggiatura e recitazione, sul grande e sul piccolo schermo. Una mente creativa che non sbaglia un colpo e adesso, più che mai, ci fa riflettere su quanto il cinema abbia previsto molto delle dinamiche sociali e psicologiche dell’era in cui viviamo.

La tragica scomparsa

La famiglia ha confermato il loro decesso attraverso un breve comunicato che recita: «È con profondo dolore che annunciamo la tragica scomparsa di Michele e Rob. Siamo distrutti da questa perdita improvvisa e chiediamo rispetto e privacy in questo momento estremamente difficile». Sono stati rinvenuti i corpi senza vita di Reiner, 78 anni, e sua moglie, 68 anni nella loro abitazione ad Hollywood, Los Angeles. Sarebbe al momento sospettato il figlio Nick. Si tratterebbe di un omicidio violento. Secondo la stampa internazionale i due sarebbero stati accoltellati. Attendiamo maggiori indiscrezioni nelle prossime ore. Ci stringiamo al ricordo di questa coppia e soprattutto cogliamo l’occasione per calarci, rispettosamente, nella preziosa eredità che il regista ci ha lascitao, lasciando un segno indelebile nel cinema.

Il mondo fantastico dei bambini: La storia fantastica

Se l’amore per il cinema di Reiner nasce da bambino è proprio ai bambini che dedica uno dei suoi primi lavori. La storia fantastica (1987) è un adattamento del libro fantasy d’avventura scritto da William Goldman. Il film racconta la storia di un bracciante di nome Westley, accompagnato dai compagni di amicizia lungo il cammino, che deve salvare il suo vero amore, la principessa Buttercup, dall’odioso principe Humperdinck. Il film che non è altro che la storia raccontata da nonno a suo nipote, nella cornice iniziale, recupera il fantastico letterario e fa innamorare il pubblico dei più piccoli. Dopo aver avuto solo un modesto successo iniziale al botteghino, nel tempo è diventato un film cult imperdibile, consacrato come uno dei più grandi film degli anni ’80, nonché una delle migliori opere di Reiner.

La storia fantastica

I mille vortici dell’amore: ‘Harry, ti presento Sally’

Rob Reiner non è solo definibile come regista ma anche come interprete sociologico di un’era. Con i suoi film, e Harry, ti presento Sally ne è l’epitome, ha dato voce alla contraddizione umana. L’amore e i suoi mille ‘non detti’ è il centro della commedia cult del 1989 con Billy Crystal e Meg Ryan. When Harry Met Sallyha teso il sottile filo che divide l’amicizia dall’amore dimostrandone spesso la sua inesistenza.

Erede di Io e Annie (1977) fa affluire il corso tortuoso dell’amore contemporaneo: filosofico, indicibile, non idealizzabile e connaturato da una profonda problematicità. Ha ispirato le generazioni di cineasti successive, andando a creare un solco filmico definito per le future commedie rosa, non prive di un concettismo necessario a capire i tempi correnti. Un solco in cui dopo qualche anno si sarebbero inscritti film come One Day (2011). E’ deposta l’armatura dell’amore mitico e mitizzante e si valica ora la porta di un amore brutalmente realistico ma che non riesce e non deve perdere la sua misteriosa poesia, il suo inspiegabile fatalismo.

Tra le pagine di Stephen King: ‘Stand by me’, e ‘Misery non deve morire’

Lettore ed estimatore del maestro dell’horror americano, Stephen King, Rob Reiner si dimostrò un attento osservatore delle storie nate dalla penna dello scrittore. Ne fu un ottimo interprete e da questa costante analisi ne trasse ben due film di successo: Misery non deve morire e Stand by me-Ricordo di un’estate. Quest’ultimo è un film indimenticabile, uscito nell’anno 1986, tratto dal romanzo di King Il corpo (The body). Un gruppo di ragazzini protagonista, un paesino dell’Oregon, il corpo senza vita di Ray Brower. Tre ingredienti che si influenzano reciprocamente per tutto il corso della storia e che suggellano i temi cari a King: l’amicizia, il ricordo, l’importanza del passato di ogni singolo uomo, la capacità di poter intervenire nel reale e cambiare il corso degli eventi.

Il thriller horror trova una chiave ancor più inquietante in Misery non deve morire, a cui Reiner affida i volti emblematici dei suoi attori protagonisti: Kathy Bates e James Caan. Una coppia sullo schermo che lascia incollato lo spettatore a seguire la storia di dipendenza affettiva e di sevizie in cui la protagonista costringe il suo scrittore del cuore: Paul Sheldon. Misery non deve morire, del 1990 dimostra la capacità sopraffina di Reiner di trovare un modo, ancora una volta, di spiegare la complessità delle relazioni umane.

Un cinema sempreverde sull’uomo

La filmografia di Reiner non finisce qui, e difatti l’occhi del regista ha spaziato molto, fino alla fine, su tematiche di svariata natura: pensiamo ai segreti taciuti e al senso di colpa, centrali in Codice d’onore, o ancora, alla resilienza, alla gratitudine verso il tempo che passa in Non è mai troppo tardi. Ci sarebbe ancora tanto da ricordare di questo grandissimo regista e sceneggiatore ma ci fermiamo a commemorarne la memoria con i suoi maggiori lavori. E non dimentichiamo anche quanto Reiner si fosse dedicato al prossimo, spendendosi per in importanti cause umanitarie (sui diritti civili e sull’ambiente). Rob Reiner ha saputo guardare all’uomo, anche alle sue inconfessabili dinamiche e ha tentato di descriverlo. Lo ha fatto e lo farà ancora, attraverso il suo cinema imperituro.

Doriana Gatta