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Intervista a Serena Corvaglia, il suo “Mille Scudi” è Miglior Corto del Digital Media Fest 2020

Mille Scudi è stato premiato come Miglior Cortometraggio dell’edizione 2020 del Digital Media Fest, svoltosi interamente online dal 30 novembre al 2 dicembre. Il festival, fondato e diretto dalla giornalista Janet De Nardis, ha come obiettivo la valorizzazione dei giovani e nuovi autori emergenti che utilizzano il web come canale distributivo e produttivo, e il raccordo tra questi e il mercato cinematografico tradizionale. È il giovane talento di Serena Corvaglia che vince con il cortometraggio Mille Scudi, non solo nella categoria del Miglior Cortometraggio, ma anche quelle di Miglior Regia e Miglior Fotografia.

Serena Corvaglia, che oltre a dirigere il corto lo ha anche sceneggiato, ha un’esperienza professionale che va da spot pubblicitari, video musicali e moda a documentari biografici e docufilm, come il suo Women Run The Show contro la violenza sulle donne prodotto da Samsung. Il suo è un amore per la narrazione a tutto tondo che unito alla curiosità per la sfera internazionale e una particolare sensibilità emotiva femminile diventa il marchio di fabbrica di questa talentuosa regista emergente.

La redazione di Metropolitan Magazine ha avuto l’opportunità di intervistare Serena Corvaglia in occasione della premiazione del suo cortometraggio Mille Scudi.

1. Ciao Serena e grazie per concederci questa intervista! Il tuo cortometraggio Mille Scudi ha recentemente partecipato al Digital Media Fest ed è stato premiato in ben tre categorie: Miglior Cortometraggio, Miglior Regia e Miglior Fotografia. Complimenti! Parliamone un po’. Dicci, da dove nasce l’idea per questo cortometraggio?

Da tempo cercavo una storia per un cortometraggio da girare, ma non volevo una storia qualunque. Doveva essere qualcosa che interpretasse pienamente la mia idea di cinema: qualcosa di emotivamente forte, con un personaggio femminile diverso, insolito. Leggendo in giro per trovare ispirazione ho trovato questo libro bellissimo Il bosco nel cuore, di Giordano Bruno Guerri, un libro che racconta la vita di molte brigantesse vissute nell’800. Tra le tante storie, quella di Niccolina Licciardi è stata per me un colpo di fulmine. Aldilà della vicenda tragica e incredibile, ho visto in lei anche una donna ricca di sentimenti e contraddizioni estremamente attuale. E tutto il resto è venuto naturale.

2. L’incipit della trama ricorda vagamente la storia di Mosè che, come sappiamo, viene affidato ad un fiume dalla madre che cerca così di salvarlo dalla morte. È voluta questa somiglianza o è semplicemente un caso?

Il sentimento di maternità è qualcosa di talmente antico, istintivo e radicato che può capitare che le storie di madri che lottano per i propri figli possano somigliarsi. Son contenta quindi se l’incipit di Mille Scudi ha suscitato riferimenti così alti, ma tutto fa capo semplicemente all’archetipo della madre, caratterizzata da un intenso legame col figlio, non c’é nessun collegamento diretto con la storia di Mosé.

3. Come mai la scelta di preferire il dialetto come lingua del corto?

Amo calare lo spettatore nel mondo della storia e credo che questo vada fatta curando ogni dettaglio. La lingua che parliamo non è soltanto uno strumento che ci permette di comunicare, ma esprime qualcosa di molto più ampio, influenza il nostro modo di pensare, di agire. È quindi un elemento estremamente importante a servizio della storia e dei personaggi in un film. L’uso del dialetto in Mille Scudi era quindi fondamentale per rappresentare verità e sapore dei personaggi, restituendone un ritratto il più vicino possibile a quelli realmente vissuti.

Serena Corvaglia sul set di "Mille Scudi" - Photo Credits: Serena Corvaglia
Serena Corvaglia sul set di “Mille Scudi” – Photo Credits: Serena Corvaglia
4. Sembra che la tematica centrale di Mille Scudi sia la maternità e, se vogliamo, le sue contraddizioni. La protagonista vuole al tempo stesso salvare suo figlio e tenerlo, e ovviamente vista la situazione questi suoi desideri sono in contrasto. Puoi parlarci più a fondo della psicologia del personaggio e di come lo hai creato?

Proprio come nella realtà, anche nella mia idea di cinema non esistono personaggi esclusivamente “buoni” o “cattivi”. Siamo tutti un sistema complesso di sentimenti, desideri, paure, spesso ambivalenti. É questa complessità che mi affascina e che desidero restituire sullo schermo. Niccolina vive in sé mille ruoli e sentimenti diversi, alcuni ovviamente in contrasto tra loro. É una compagna, una madre, una latitante. La vediamo fin dall’inizio inseguire disperatamente il suo compagno che la lascia indietro, come se cercasse di trovare in lui la forza che invece dovrebbe cercare in se stessa. É chiaro che i ruoli che ricopre non possono coesistere e che sarà chiamata a fare delle scelte. Quali saranno? Sarà mossa dalla sua forza o dalle sue debolezze? Queste sono alcune domande che hanno guidato me e il mio co-autore nel definire la psicologia della protagonista.

5. Oltre ad aver vinto come miglior cortometraggio, Mille Scudi ha vinto anche la sezione di Miglior Regia e Miglior Fotografia. Puoi raccontarci brevemente la sua nascita dal punto di vista, appunto, di regia e fotografia?

Il percorso nella realizzazione del cortometraggio è stato molto accurato e difficile. Un regista difficilmente fa un buon lavoro se non ha un’ottima sceneggiatura. Per questo, prima ancora che dalla regia, il mio lavoro è partito dalla scrittura. Ho adattato la vicenda insieme ad uno dei migliori sceneggiatori che conosco, Alessandro Nicolò, che ha la dote di saper drammatizzare e ordinare tutte le mie tempeste creative con grande talento.

Contemporaneamente, come regista ho iniziato la ricerca degli attori protagonisti, che mi ha portato a Domenico Balsamo (già noto per una parte nella prima stagione di Gomorra), e Giusy Emanuela Iannone, appassionata attrice di teatro con una solida preparazione al Piccolo di Milano. Cercavo attori che potessero darmi fiducia e disponibilità per lavorare insieme intensamente. Con loro abbiamo infatti lavorato molto sul testo e studiato i personaggi ispirandoci al metodo Chubback. Prima delle riprese siamo stati anche tre giorni isolati in un casale a ridosso del bosco per immergerci completamente nell’atmosfera del luogo. Per loro è stata davvero una prova importante, anche e soprattutto fisicamente: abbiamo girato a novembre, con freddo e pioggia, alcune scene sono state molto provanti.

“Provengo dal mondo della pubblicità quindi sono molto attenta all’estetica e alla fotografia di un progetto.”

Per questo film, avendo un budget limitato sapevo che la location era fondamentale e desideravo un bosco davvero suggestivo che potesse aggiungere qualcosa anche emotivamente. Dopo molte ricerche ho trovato questo posto meraviglioso, il Bosco del Sasseto, una riserva naturale sotto il Castello di Torre Alfina ad Acquapendente, già location di alcune scene de Il Racconto dei Racconti di Matteo Garrone. La guardia forestale del parco, il comune e tutte le persone che ci hanno aiutato nella produzione son state fantastiche e colgo l’occasione per ringraziarle. Il direttore della fotografia, Edoardo Emanuele, è un professionista e un amico con cui collaboro da oltre dieci anni, ci capiamo al volo, conosce il mio stile e io il suo, è stato facile trovare soluzioni creative insieme.

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Articolo a cura di Eleonora Chionni

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