All’anagrafe Denise D’Angelilli, per gli amici Denai, su Instagram Due dita nel cuore e nei suoi sogni Winona Ryder: ma per tutti un vulcano di spontaneità ed energia

Vive a Milano ma è romana doc, e ha conquistato Instagram senza filtri. Sui social ci porta in giro tra concerti, ci parla di carboidrati e scardina ogni definizione di genere. Per bucare lo schermo di Instagram non serve il filler e la buona luce, Denis D’Angelilli ci mostra tutte le sue lentiggini e i suoi capelli disperati. Perché, aveva ragione Lucio Dalla, oggi l’impresa eccezionale è davvero quella di essere normali.

Denai è la vicina di casa che incontri mentre vai a buttare la spazzatura, la “sorellona punk” che ti porta ai concerti, e che con la spontaneità d’una bimba riflette perle di etica e modernità. Finalmente una bellezza genuina. Di quelle che oggi non sono al Coachella ma conoscono più musica di chi ha pagato mila euro quel biglietto. Moniti silenti che passano tra le storie come audio che faresti alla tua coinquilina: con una semplicità distintiva Denai non ce le manda a dire! E ce le dice così…

Partiamo dal principio: su Instagram sei Dueditanel cuore, è il titolo di una canzone dei Ministri. E già qui intravediamo il tuo legame con la musica. Ma perché proprio questa canzone?

Proprio quella canzone perché io ho due dita nel cuore da prima che I Ministri scrivessero quella canzone. Le ho sempre avute e mi hanno sempre fatta stare male sotto ogni punto di vista: fisico, psicologico, sentimentale. È così che scorre la mia vita, è come il detto del “dito nella piaga”: loro stanno conficcate lì e quando si muovono, sto male. Quando stanno ferme, sto bene. A trent’anni, ormai, stanno spesso ferme. Le so gestire. Le fermo facilmente. Le comando io.

Illustrator: @raemantic

Sui social sei l’elogio della spontaneità: Instagram verità? Qual è il limite tra ciò che si mostra e ciò che diventa costume? Se nella vita ti trucchi sembra che su Instagram ti spogli, è una camera
dove puoi andare in giro scalza e struccata. Se sei nervosa, sei nervosa. Se sei felice, sei felice. Eppure è paradossale la tua naturalezza visto che viene condivisa anche da chi crede soltanto che “sul tuo profilo ci sono solo foto di te stessa”. Sarà che il tuo profilo è per te un modo di “sciallarti” dalla concentrazione di tutti i giorni? E tanto chissenefrega dei commenti. O è una
rivoluzione pensata?

Non c’è differenza proprio perché io, su Instagram, sono sia truccata che struccata, sia incazzata che felice. Non c’è niente di pensato, non me ne frega un cazzo. Anzi, se ci fosse della strategia dietro, probabilmente sarebbe la strategia inversa, tant’è che io nella vita non faccio l’influencer, non pago l’affitto con instagram, anzi, mi hanno tolta da un sacco di progetti proprio perché – a quanto pare – essere una persona normale non va bene. Non lo dico per fare la figa, quando mi dicono che me la tiro mi viene proprio da ridere e non mi sento migliore degli altri, ma a me dei commenti degli haters non me ne sbatte più un cazzo.

Se anche una sola ragazza mi scrive per ringraziarmi per quello che faccio e come lo faccio – che ripeto, per me è la pura normalità – io sono felice. Se ci sono solo foto di me stessa, è perché ci ho messo anni a fotografarmi quindi adesso farei pure dei poster e li attaccherei per tutta la città. Quello che non capisco è cosa cambi alla loro vita se io mi faccio due foto in più, tolgo loro qualcosa? No, al massimo aggiungo qualcosa a me e a chi mi guarda. Quindi possono pure magna’ tutti tranquilli e spendere il loro tempo con qualcosa di più interessante. Condivido spesso foto tratte da film (bastava scrollare per vederle, ma oh, mica tutti abbiamo i pollici opponibili) perché il cinema è la mia seconda grande passione dopo la musica: ecco, che si guardassero due film, invece di rompere i coglioni.

Lo Sziget, Music Terrace. Poi Milano. Sanremo. Spaghetti Unplugged: pare che la musica sia davvero la cosa che ti piace di più – dopo il cibo- ma quando vivere di musica diventa anche il tuo lavoro qual è il labile confine tra piacere e mestiere? Hai mai avuto paura che vivendo una passione anche come un dovere possa perdere di intensità?

No, mai, io questa vita me la sono scelta anni fa e ci ho buttato il sangue dietro. Volevo stare in questo mondo quando guardavo Trl, e qua sto. Ho cambiato città, combattuto contro la mia timidezza, e ancora sono solo all’inizio. Io non ho un piano b, non ho finito l’università, non so fare altro. Il fallimento non è contemplato, anzi, devo arrivare ancora più su. Devo ancora prendermi tante cose, e mi prenderò tutto. Non c’è confine, non può perdere d’intensità. Ci ho buttato troppe lacrime, non ce ne butti così tante se non sei sicurissima di voler fare solo questo nella vita.

Ma nella vita fai anche altro: quali sono i tuoi mestieri? C’è una gerarchia tra di loro? Insomma, Denai: quando ti chiedono che fai nella vita cosa rispondi per primo?


I miei mestieri sono molto più dietro le quinte di quanto sembri su Instagram. Sono un’autrice, una copywriter e una social media manager. Scrivo tutto il giorno, invento contenuti per il web, faccio la creativa, che quando lo dico ancora mi pigliano per il culo, ma questo è.

Arriviamo al dunque: sesso, femminismo, emancipazione, pride. E tra le icone ci sei anche tu, nelle vesti di chi sfoggia le vecchie lentiggini senza filtro bellezza. Di chi se lo chiede davvero se “si può scrivere pompino su Instagram?” (E intanto lo scriviamo anche qua), di chi è anche tanto incazzata: ma incazzata con che?


Ti ringrazio, ma io non credo di essere un’icona. Io sono una che incontri alla Lidl in ciabatte o a un concerto con una birra in mano e gli occhi puntati sullo schermo del telefono. Forse è proprio questo il problema: il fatto che una come me, che non fa altro che raccontare la sua vita come la racconterebbe al bar con le amiche, sia considerata tale. Siamo talmente abituati e abituate a vedere la plastica, che poi ci sembra quella la
normalità, e la normalità vera sembra assurda. Quando mi dicono “ommioddio ma sei struccata, che coraggio che hai” non capisco davvero cosa ci sia di coraggioso. Io mi sveglio struccata, pure tu, pure la ragazza che me lo scrive.

È questo che mi fa incazzare tantissimo, mi spaventa il mondo che stiamo facendo vivere alle generazioni più giovani, agli standard che stiamo creando per loro, al fatto che se scrivo che voglio scopare sono una troia, pure se poi nel privato scopiamo tutti/e. Mi piace essere la sorella maggiore un po’ punk (con buona pace degli haters: se sapessero che vita che c’ho avuto, capirebbero che sono stata punk prima di loro) che ha contemporanamente il dito medio alzato e le lacrime agli occhi per un cuore spezzato. È quella stessa ragazza che incontrano al
concerto.

Però ho un po’ il presentimento che ultimamente il sesso sia più naturale: pensa alle nuove riviste erotiche, ai molti profili di divulgazione fatti bene e belli. E se si supera il tabù del sesso,
qual è il prossimo da combattere?


Io invece non credo che sia così: certo, si sono fatti enormi passi avanti, ma non mi basta. Nei film e nelle serie continua a essere censurato il sesso, i capezzoli continuo a non poterli pubblicare, come dicevo poco fa non è ancora considerato carino che io scriva “cazzo” su facebook. Che poi loro il cazzo ce l’hanno in mezzo alle gambe, quindi non capisco perché io non possa nominarlo come nomino la testa, le braccia, i piedi. Comunque: di tabù ce ne sono un miliardo. Quello che mi piacerebbe vedere spazzato via è quello legato alle malattie mentali. Sono passati 24 anni dalla prima volta che mi hanno detto “pazza” a scuola perché andavo dallo psicologo, me lo ricordo come se fosse ieri.

Se dico di aver sofferto di depressione, mi guardano come si guarda un cagnolino con la zampa rotta. Se dico di soffrire di disturbo bipolare, si grattano le palle. Brutti stronzi, è già abbastanza difficile convivere con tutto questo, è una guerra punica ogni giorno pure alzarsi dal letto, non vi ci mettete pure voi. C’è gente che nemmeno sa di avere un problema perché si vergogna anche solo di pensarlo, figuriamoci di ammetterlo. E mi dispiace tantissimo, perché la testa ci tiene in piedi e in vita. Bisogna prendersene cura attentamente. E sticazzi della pancia piatta, se poi il cervello non funziona.

Ma chiudiamo in dolcezza: un po’ di tempo fa ti dicevi che “Nessuno si salva da solo”, e allora chi ci salva?


Chi scegliamo noi: a me hanno salvato mio padre prima, mio zio poi, la mia analista nel mezzo. Qualche amico, ogni tanto. Questo non vuol dire che non abbiamo la forza di farcela da soli, certo che ce l’abbiamo, ma ci vuole sempre uno sguardo esterno e una mano sulla spalla. E se lo dico, che sono una persona solitaria, diffidente e odio il contatto fisico, direi che è così e basta.

Rossella Papa