Cultura

Intervista a Lorenzo De Liberato, regista di Lo Straniero di Camus

Abbiamo visto, al Teatro Studio Uno, Lo Straniero di Camus, e ci è venuta voglia di intervistare il regista, Lorenzo De Liberato. Lo spettacolo sarà in scena fino al 12 novembre.

MMI: Lorenzo, raccontaci un po’ del tuo percorso.

“Io sono stato studente di cinema, di sceneggiatura a Cinecittà, e per caso ho iniziato a fare da assistente alla regia a teatro, a Gabriele Lavia, a Carlo Boso, a registi abbastanza importanti; poi ho iniziato a fare regie e ora siamo arrivati alla venticinquesima credo, in undici anni. Ho 28 anni, ma ho iniziato a 19.

Ho una mia compagnia che è la Compagnia Marabutti, fondata diversi anni fa. Siamo in tre, abbiamo fatto un percorso molto lungo e adesso siamo in pausa, stiamo prendendo strade diverse. Poi c’è l’altra mia compagnia, Di Necessità Virtù, con la quale facciamo una produzione l’anno, e con la quale quest’anno abbiamo prodotto Tre Sorelle di Cechov.

Lo Straniero è stato invece prodotto da me e dal protagonista, Marco Usai, con il quale condividevo questa passione per questo testo di Camus, e col quale ho deciso di fare questo azzardo enorme.”

MMI: Perché Camus e perché Lo Straniero?

“Camus è un autore molto molto importante nel novecento, del novecento, perché, pur non avendo scritto tantissimo, ha scritto cose interessanti di filosofia, della condizione dell’uomo del novecento. La Peste, La Caduta, sono romanzi di analisi di un individuo all’interno di un secolo devastante sia per le guerre che per i cambiamenti rapidissimi da un punto di vista tecnologico, economico, ma anche di pensiero. La filosofia novecentesca ha portato nell’individuo uno smarrimento, e Camus è riuscito in alcuni romanzi a ricreare quello smarrimento. Lo ha fatto ad esempio in opere come La Peste, che è una metafora stupenda del nazismo, e in Lo Straniero che è il concetto essenziale di appartenenza a una società, ma non come lo intendiamo oggi cioè di appartenenza a un’etnia. Oggi parliamo tanto di immigrazione, di stranieri, ma abbiamo perso il senso dell’essere straniero e quindi estraneo a qualcosa, a un’entità. Nel caso de Lo Straniero viene rappresentata dalla Francia, eppure questo romanzo non è ambientato in Francia, ma in Algeria che è una succursale francese perché è una colonia francese. Trovo molto interessante come un francese si sentisse estraneo a quel tipo di società, ed è bellissimo il plot: l’omicidio di arabo, quindi l’omicidio di un autoctono, che dovrebbe essere considerato un omicidio di serie b, e invece il protagonista alla fine viene condannato per un altro motivo non essendoci le basi per condannarlo per quell’omicidio. È un romanzo che va molto avanti nei tempi.”

MMI: Tu hai degli attori molto bravi, ma come avete lavorato per arrivare a questa messa in scena?

“È stato faticoso. Per lavorare su Meurseaut, il protagonista, bisogna lavorare sull’essenzialità, perché parliamo di un uomo che non ha sentimenti, ovvero di un uomo che ha un livello di ipersensibilità tale che gli permette di guardare la sua condizione dal di fuori. Quindi non vive quel sentimento, ma ne è spettatore. Interpretarlo vuol dire quasi non recitarlo, e per Marco Usai, che lo interpreta è stato difficile, in alcuni momenti mi diceva: “A questo punto vado via. Non devo far nulla.” Recitare l’apatia, recitare l’assenza è molto difficile, non si può spiegare. È stata una ricerca lunga; noi abbiamo cominciato a lavorarci a luglio, mentre l’adattamento l’ho cominciato diversi anni fa.

Sugli altri attori abbiamo lavorato sull’aggiungere, abbiamo lavorato alla creazione di un contesto intorno al protagonista che fosse molto sopra le righe, per dare ancora più valore alla sua assenza. Difficile, però credo che i risultati ci siano, anche se non perfetti, e cresceranno durante le repliche. Marco Usai ha già sottratto molto, ed arriverà all’essenziale.”

MMI: Molto interessanti le incursioni vocali, sonore, come le hai scelte e perché?

“La cosa bella del romanzo è l’atmosfera, che è un’atmosfera fatta di suoni. Il protagonista è sempre molto attento al canto delle cicale, al mare, lui parla del “rumore del sole”, il “rumore dell’acqua”, e quindi a me piaceva l’idea di provare a creare quest’atmosfera. Non mi sembrava giusto mettere musica extradiegetica o strumenti musicali. Ho lavorato diverse volte con Tiziano Caputo, musicista e poli strumentista pazzesco, col quale avevamo provato a fare esperimenti solo vocali di questo tipo, e lui mi ha proposto di tentare di fare questo tipo di interventi vocali. Sono stati poi tutti scelti all’interno di un contesto francese degli anni 50 e 60, quindi Aznavour, Brassens, e ci sembrava la scelta più coerente per avere quell’atmosfera.”

MMI: Quali sono i lavori e i registi a cui ti ispiri, chi ti piace?

“Non mi ispiro a niente in particolare, ma ho fatto degli incontri che hanno influenzato il mio modo di fare teatro. Lavorando con grandi maestri prendi molto, acquisisci il rigore, la precisione, la pulizia. Ho lavorato con registi, è brutto dirlo, anziani come Lavia, Boso, Piccardi, ed è normale che loro facciano parte di un teatro che risulterebbe vecchio oggi. Eppure lì ci sono le grandi basi, e per fare il teatro contemporaneo bisogna padroneggiare quelle grandi basi, quelle regole.

Poi io sono un estimatore di Valerio Binasco, di come lui lavora sui classici; e mi piacciono molto gli ultimi lavori di De Filippo, purtroppo scomparso di recente. Non sono un amante del teatro fisico, mi piace molto il teatro di parola, il teatro inglese, il teatro di respiro, di recitazione.”

MMI: Progetti per il futuro?

“Abbiamo vinto l’edizione 2017 del Concorso Salvate i Talenti con Un uomo è un uomo di Bertolt Brecht, quindi andremo in scena a maggio al Teatro Vittoria. Speriamo di far bene in un teatro di 650 posti, saremo lì per 10 giorni. Questo è stato il secondo progetto della Compagnia Marabutti, e speriamo di fare molto bene perché questa produzione potrebbe aprirci nuove strade.”

A fine intervista ho ringraziato Lorenzo De Liberato, e salutandoci lui mi ha detto: ”Non mi hai chiesto niente della sabbia!” Gli ho risposto che è un grandioso effetto scenico, ma non c’è nulla da chiedere perché è una cosa tutta da guardare. Lui mi ha detto: “Sono d’accordo, è solo sabbia.”

Per capire cos’è la sabbia andate al Teatro Studio Uno, dove fino al 12 novembre ci sarà in scena Lo Straniero di Camus. L’aggraziata, pulita, anestetica regia è di Lorenzo De Liberato.

Fonte: Teatro Studio Uno

Per info e biglietti cliccate qui.

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