Affluenza ai minimi storici per il voto in Iran dove, secondo i dati dell’agenzia Irna, solo il 41% è andato a votare. Si tratta del più alto dato di astensionismo registrato nella repubblica islamica: il precedente minimo storico di votanti era il 42,5% nelle parlamentari del 2020 mentre nelle precedenti consultazioni del 2016 l’affluenza fu circa del 62%.
I risultati saranno resi noti domani, ma quelli preliminari ufficiali mostrano una prevalenza dei candidati fondamentalisti, con 75 seggi, su indipendenti (11 seggi) e riformisti (10 seggi).
Le immagini dei seggi vuoti diffuse dall’opposizione sui social media, soprattutto nelle grandi città, parlano meglio di tanti proclami: il boicottaggio del voto in Iran è stato il mezzo a cui sono ricorsi milioni di iraniani, soprattutto giovani, per dimostrare il proprio dissenso.
Un atto di protesta silenziosa nelle prime elezioni dopo la morte di Mahsa Amini, la giovane curdo iraniana fermata dalla polizia morale perché non portava il velo in modo appropriato e percossa a morte in carcere il 16 settembre del 2022. Fu la scintilla che diede il via a una stagione di grandi proteste in tutte le città del Paese. Le fondamenta del regime vacillarono. La repressione fu violenta: nei mesi successivi furono uccisi almeno 500 manifestanti, in gran parte giovani, e arrestati 20mila. Per evitare disordini, ieri il dispiegamento di forze dell’ordine è stato impressionante: circa 200mila uomini in tutto il Paese.
I risultati ufficiali verranno probabilmente annunciati domani, due giorni dopo le elezioni, come è avvenuto nelle elezioni legislative degli anni precedenti.
I dati preliminari danno in largo vantaggio i candidati fondamentalisti, per ora a 75 seggi. Staccati di netto indipendentisti (11 seggi) e riformisti (10 seggi). Si è votato per eleggere 290 deputati. Il presidente in carica Ebrahim Raisi ha vinto nella provincia del Khorasan meridionale per le elezioni dell’Assemblea degli esperti, intrecciate alle parlamentari. Era l’unico candidato. Secondo “fonti non ufficiali” citate dall’agenzia di stampa Irna, alla tornata elettorale hanno partecipato 25 milioni di persone, circa il 41% degli oltre 61 milioni di iraniani aventi diritto al voto. Gli attivisti stimano una partecipazione del 30% nel Paese e del 15% nella capitale Teheran. Fallito quindi l’appello della Guida suprema, Ali Khamenei, ad andare a votare in massa per “deludere i nemici”: l’affluenza è stata la più bassa di sempre (battendo il record negativo del 2020, 42,5%). Tanto che le autorità hanno dovuto posticipare di ora in ora la chiusura dei seggi.
Iran voto, chi sono i tre leader

Mohammad Bagher Ghalibaf. Attuale presidente del Majlis, per due volte candidato perdente alle presidenziali (nel 2005 poi nel 2013) e sindaco di Teheran dal 2005 al 2017. Il 62 enne capeggia una lista comune a Teheran insieme a Morteza Aghatehrani, esponente del Fronte della stabilità, con l’obiettivo di riconfermare il controllo dei conservatori sulla capitale.
Ali Motahari. L’avvocato 66enne, ex deputato, è ora capolista di “Voce della nazione” che comprende riformisti, moderati e indipendenti. Secondo alcuni, la lista sarebbe vicina alla corrente politica del cognato Ali Larijani, ex presidente del Parlamento considerato un conservatore moderato. Figura controversa, Motahari era stato squalificato nel 2020.
Iraj Maleki. La sua candidatura ha suscitato molta sorpresa. Maleki fa il comico sui social media con dei cortometraggi in cui affronta i «danni sociali». Ma c’è anche chi l’ha difeso, come il giornalista Ehsan Bodaghi. «Maleki – ha detto – è tanto qualificato quanto i suoi concorrenti». Correrà nella provincia occidentale di Kermanshah.





