Centotrentotto anni fa nasceva Guido Gozzano, poeta crepuscolare italiano vissuto a cavallo di due secoli cruciali, l’Ottocento e il Novecento. Egli rifiutò da subito gli schemi poetici decadenti e il romanticismo del secolo che vide chiudersi, e rivolse tutta la sua attenzione alla complessità del sentire e del soffrire dell’uomo moderno. Infatti, consideriamo Gozzano il caposcuola del Crepuscolarismo, la corrente letteraria che si sviluppò in Italia durante l’età giolittiana, nei primi quindici anni del Novecento.
I poeti crepuscolari non ricercavano maestri, piuttosto fratelli, uomini solidali che vivessero e sentissero esattamente come loro. Per questo, partendo dall’adozione di un nuovo linguaggio e di nuove modalità espressive, ridisegnarono dei modelli letterari.
L’originalità di Gozzano
Oggi, leggendo i versi de “La Signorina Felicita ovvero la Felicità” di Gozzano a più di un secolo di distanza dalla loro composizione, possiamo riconoscerci e ritrovare la stessa malinconia, lo stesso disincanto che tuttora ci appartengono. “Tu m’hai amato.” – dice il poeta alla Signorina Felicita – “Tu civettavi con sottili schermi,/tu volevi piacermi, Signorina:/e più d’ogni conquista cittadina/mi lusingò quel tuo voler piacermi!”.
In queste poche parole, sincere e disarmanti, ognuno di noi può concedersi un atto di innocente egoismo e rivederci la propria personalissima storia. Lo stesso accade con le parole di Totò Merumeni ne “I colloqui”:
La vita si ritolse tutte le sue promesse.
Egli sognò per anni l’Amore che non venne,
sognò pel suo martirio attrici e principesse
ed oggi ha per amante la cuoca diciottenne.
Nella sensibilità pienamente novecentesca; nell’ ironia crepuscolare e dissacrante; nel vedersi vivere e raccontarlo agli altri, sta il motivo per cui ancora oggi amiamo profondamente questi versi di Guido Gozzano.
Non c’è elevazione nella sua esperienza, che è invece solo e squisitamente quotidiana, e per questo universalmente condivisibile.
Gozzano fece suo un mantra, ovvero scrisse: “Chi s’adopra scrivendo, a farsi intendere con poca fatica, sarà valido e sincero…così farò.” E così fece. Avvalendosi, in particolare, di una disperata ironia, e rivolgendo uno sguardo critico alla realtà circostante. L’uomo e il poeta hanno preso quel che la vita ha concesso loro, e lo hanno divulgato con un tono ironico da cui ancora possiamo apprendere due importanti lezioni: la consapevolezza della provvisorietà delle occasioni che ci capitano e la pochezza delle consolazioni che ci restano.
È un’ironia, sì, ma che semina disperazione perché ci svela la verità.
Giorgia Lanciotti
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