Israele, Iran, il costo della guerra e il rischio nucleare che nessuno vuole nominare. È iniziata la seconda settimana del conflitto aperto tra Israele e Iran. Un’escalation annunciata, che ora si muove in un territorio sempre più instabile: quello del nucleare. Non più come minaccia astratta, ma come pericolo “concreto”, parola scelta dal direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), Rafael Grossi. Il rischio che un bombardamento colpisca un impianto operativo e inneschi una catastrofe radioattiva è sul tavolo. E non è più uno scenario da fantapolitica.

L’ombra lunga di Bushehr

Al centro delle preoccupazioni c’è il reattore di Bushehr, nel sud dell’Iran. Una centrale civile, costruita con tecnologia russa, che oggi viene gestita da Mosca in collaborazione con Teheran. Attaccarla significherebbe non solo disperdere materiale radioattivo nell’aria, ma colpire indirettamente 200 tecnici russi, il che complicherebbe ulteriormente le relazioni già tese tra Israele e il Cremlino.

Secondo gli esperti, colpire Bushehr non ha alcuna utilità strategica, ma il pericolo non è tanto nella volontà politica quanto nell’imprevedibilità del campo di battaglia. Il precedente bombardamento su Arak – impianto già inattivo – è un segnale: il rischio che qualcosa sfugga di mano è reale.

E poi c’è Fordow, il sito bunker a 100 metri sotto terra dove si troverebbero almeno 2000 centrifughe per l’arricchimento dell’uranio. Un bersaglio che, per essere distrutto, richiederebbe ordigni bunker buster forniti solo dagli Stati Uniti. A oggi, Fordow è ancora intatto. Ma quanto a lungo?

Israele, Iran e il rischio nucleare: la radioattività come danno collaterale

Mentre le bombe piovono e la diplomazia arranca, il Medio Oriente si avvicina a una soglia che non ha ritorni. E intanto Tel Aviv comincia a fare i conti. Non solo economici. Il bombardamento del 13 giugno a Natanz ha già provocato una contaminazione radiologica. La prima. E probabilmente non l’ultima. In quell’area si trova un impianto per la conversione dell’uranio in gas, prima tappa per la produzione di uranio arricchito. In termini di sicurezza, è la soglia che separa l’industria civile da quella militare. Ed è esattamente lì che la guerra si sta giocando ora.

Il problema non è solo militare o ambientale. È politico. Israele si muove come potenza nucleare de facto, con l’implicito sostegno occidentale, mentre l’Iran – accusato di voler diventare una potenza atomica – viene bombardato preventivamente, in nome della sicurezza. Il paradosso è evidente. E il suo prezzo altissimo.

Quanto costa tutto questo a Tel Aviv?

Secondo The Economic Times, il costo della guerra con Gaza ha già raggiunto i 67 miliardi di dollari. Ma il nuovo fronte con l’Iran è ancora più oneroso: 735 milioni di dollari al giorno. Le prime 48 ore contro Teheran sono costate 5,5 miliardi di shekel (1,45 miliardi di dollari), e oggi Israele spende circa 725 milioni al giorno per le operazioni militari dirette. Numeri da economia di guerra, in un Paese che, già da prima, destinava il 7% del proprio PIL alla difesa, secondo solo all’Ucraina.

Il bilancio pubblico è sotto pressione: il limite di deficit è fissato al 4,9% del PIL, ma le stime di crescita sono state già riviste al ribasso dal 4,3% al 3,6% per il 2025. Sanità e istruzione rischiano di essere le prime vittime silenziose di una guerra che intende durare. L’arruolamento massiccio dei riservisti, poi, non ha solo un impatto militare: sottrae forza lavoro alla produzione civile e riduce la tenuta del tessuto economico interno.

Israele, Iran e rischio nucleare: tra bombe e propaganda

Finora, secondo fonti iraniane indipendenti, gli attacchi israeliani hanno ucciso 639 persone in Iran, tra cui alti ufficiali e scienziati. Teheran ha risposto colpendo obiettivi militari, ma anche civili: un ospedale tra i bersagli confermati. In mezzo a questo scambio, il premier Netanyahu gioca su più tavoli: rivendica il diritto alla difesa, ma lascia aperta l’ipotesi della caduta del regime iraniano come possibile – anche se non dichiarato – obiettivo.

Parole studiate, lanciate in una conferenza stampa il 19 giugno: “Stiamo mirando alla caduta del regime? Potrebbe essere un risultato, ma spetta al popolo iraniano sollevarsi per la propria libertà.” Una dichiarazione ambigua che, letta nel contesto attuale, suona come un incoraggiamento a una destabilizzazione politica su scala regionale.

L’ultima finestra diplomatica

Nel frattempo, da Washington arrivano segnali cauti. Il ministro degli Esteri britannico David Lammy, dopo un incontro con il Segretario di Stato Usa Marco Rubio, ha dichiarato che le prossime due settimane saranno decisive per tentare una soluzione diplomatica sul programma nucleare iraniano. Ma anche i segnali più concilianti sembrano arrivare mentre la porta si chiude, non mentre si apre.

Israele ha scelto la guerra. L’ha scelta in un momento di debolezza interna, con un governo in crisi, e l’ha rilanciata su più fronti. Ma la guerra – specialmente quando sfiora il nucleare – ha un costo che non si misura solo in miliardi di shekel. Si misura in vite, in alleanze che scricchiolano, in un equilibrio regionale che non esiste più. E se davvero l’obiettivo è impedire a Teheran di diventare una potenza atomica, allora la domanda da porsi è un’altra: quante catastrofi siamo disposti a innescare per impedirne una?

Maria Paola Pizzonia