Possiamo restare indifferenti mentre in Italia siamo letteralmente complici di Israele nel genocidio? Dal 7 ottobre 2023, l’Italia ha cominciato a esportare verso Israele materiali a duplice uso (ovvero utili tanto per scopi civili quanto militari) che oggi stanno contribuendo alle devastazioni in Gaza. Sto parlando dei cordoni detonanti, del nitrato di ammonio e del trizio, sostanze essenziali nei sistemi esplosivi utilizzati nei raid sulle città palestinesi
In un video girato nelle scorse settimane, soldati israeliani saltano un’intera palazzina, etichettando la nube di fumo come in una “gender reveal”: “è un maschio”, dicono. Accanto, una scia blu macabra accompagna la polvere. Scene come queste sono ormai quotidiane: scuole, ospedali, case cancellate. Ma chi ha armato quell’esplosivo? È possibile che venga proprio da noi.
Le bugie del nostro governo e il doppio standard del nostro diritto
Il governo Meloni, più volte, ha dichiarato di aver bloccato tutte le nuove autorizzazioni d’esportazione verso Israele dopo il 7 ottobre. Un argomento usato per placare il dibattito parlamentare e raccontare una narrazione di equilibrio. Peccato che la relazione ufficiale al Parlamento, venti giorni fa, non contenga alcuna revoca effettiva delle licenze già rilasciate. Il risultato è criminale: materiali per abbattere interi palazzi, girano liberamente nel mercato bellico mentre si racconta al Paese che andiamo cauti.
Da un lato, c’è la retorica del “controllo rigoroso”, dall’altro il flusso costante di componenti che possono essere usati per violare il diritto internazionale. La giurisprudenza internazionale parla chiaramente: dotare uno Stato belligerante di strumenti per distruggere pezzi di una popolazione civile rientra nel reato di complicità in crimini di guerra. La nostra responsabilità non si ferma davanti alla dogana: scavalca il confine e punta dritto alla devastazione.
Un allarme che non possiamo ignorare
Le licenze non vengono più concesse, dicono. Ma quanti permessi erano già stati assegnati prima? E chi controlla davvero dove arrivano questi materiali? Le autorità competenti sembrano incapaci di interrompere la catena logistica una volta che è partita. È evidente che il sistema delle autorizzazioni preventivate e dei controlli a posteriori è incapace di bloccare un flusso così strutturato e funzionale all’offensiva militare.Le licenze non vengono più concesse, dicono. Ma quanti permessi erano già stati assegnati prima? E chi controlla davvero dove arrivano questi materiali? Le autorità competenti sembrano incapaci di interrompere la catena logistica una volta che è partita.
È evidente che il sistema delle autorizzazioni preventivate e dei controlli a posteriori è incapace di bloccare un flusso così strutturato e funzionale all’offensiva militare. Se davvero vogliamo essere diversi, dobbiamo fare di più della retorica. Serve:
- Bloccare con effetto retroattivo tutte le autorizzazioni connesse a materiali a duplice uso destinati a Israele.
- Verifiche reali e trasparenti, non carte bollate.
- Rispetto assoluto del diritto internazionale: complicità non è un’opinione, è un reato.
Fino a quando continueremo a rilasciare armi sotto indifferenza, saremo corresponsabili. E non ci saranno proclami né conferenze stampa in grado di cancellare la nostra responsabilità morale e politica.
Conclusione
Nel frattempo l’Italia si presenta ai tavoli internazionali come “garante” di pace e diritto. Ma le sue fabbriche esportano pezzi di guerra. I container partono in silenzio, coperti da bolli e codici. A Gaza si aprono in crateri. Ogni carico di trizio, ogni detonatore, ogni sacco di nitrato spedito dopo il 7 ottobre è una dichiarazione di colpevolezza. Siamo dentro la guerra di Israele a Gaza più di quanto ci piaccia dire. Non basta dichiarare solidarietà ai civili palestinesi quando si consegna l’esplosivo per distruggerli.
Ogni volta che un convoglio salpa da un porto italiano carico di materiali sensibili verso Tel Aviv, la responsabilità si allarga: autorità doganali, ministeri, aziende, Parlamento. Non è un incidente di percorso, è una scelta politica travestita da burocrazia. La complicità non si corregge a parole. Si interrompe alla fonte: blocco retroattivo, tracciabilità reale, ispezioni indipendenti. Il resto è marketing umanitario senza effetto. Gaza continuerà a crollare anche domani. E se qualcuno cerca i pezzi di quei palazzi sotto la sabbia, troverà pure la nostra firma.
Maria Paola Pizzonia





