Cronaca

Italiani, analfabeti funzionali

Gli italiani, quasi uno su tre, vengono definiti “analfabeti funzionali”.

Italiani denominati come analfabeti funzionali. Sono coloro che non sono in grado di capire il libretto di istruzioni di un cellulare. O che non sanno risalire a un numero di telefono contenuto in una pagina web se esso si trova in corrispondenza del link “Contattaci”.

Per dare l’idea di questa complessità, sono stati fissati 6 livelli. Il livello inferiore a 1 e il livello 1 (low skilled) indicano competenze modestissime. Il livello 3 è l’elemento minimo per un inserimento positivo nella società e nel lavoro. I livelli 4 e 5 (high skilled) indicano una piena padronanza di competenze.

Da un’indagine Ocse-Piaac pubblicata nel 2016 risulta che in Italia il 28% delle persone tra i 16 e i 65 anni appartiene ai primi due livelli.

Tra i soggetti più colpiti ci sono le fasce culturalmente più deboli come i pensionati e le persone che svolgono un lavoro domestico non retribuito. Mentre, per quanto riguarda la distribuzione geografica, il sud e il nord ovest del paese sono le regioni con le percentuali più alte. Da sole ospitano più del 60% dei low skilled italiani.

(Photo Credits: L’Espresso)

Gli ultimi dati raccolti dall’Istituto di Statistica UNESCO (UIS) parlano di un’alfabetizzazione dell’86% della popolazione adulta globale (dai 15 anni in poi). Dei 750 milioni di persone non alfabetizzate nel mondo il 63% è costituito da donne. I numeri scendono considerevolmente nella fascia dei giovani dove si assottiglia anche la differenza di genere.

Il problema ha radici profonde e contorte che affondano nel sistema educativo. Ed è da lì che bisogna ripartire per poter poi rilanciare il nostro paese a livello socio-culturale.

Balsamo contro la perdita delle nostre capacità può essere tornare tra i banchi di scuola o partecipare attivamente al mondo del lavoro. Eppure, non ogni occupazione può “salvarci” dall’essere potenziali analfabeti funzionali visto che solo alcune attività garantiscono il mantenimento se non addirittura lo sviluppo di capacità e conoscenze.

Tra i punti deboli del nostro paese, infatti, l’abbandono scolastico precoce, i giovani che non lavorano o vivono condizioni di lavoro precario, la mancanza di formazione sul lavoro.

Patrizia Cicconi

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