Editoriale

Perchè dietro gli assorbenti e il taglio dell’Iva c’è il costume culturale da rivoluzionare?

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Hip hip urrà, se nelle ultime settimane la Camera ha preso in mano i provvedimenti per le donne, per superare un gender pay gap che aggrava lo squilibrio economico non solo delle donne e per abbassare finalmente (ma basta così?) l’Iva sugli assorbenti.  Gli sgravi contributivi per le aziende nel settore pubblico e privato non comportavano soltanto limiti per le donne, ma la parità salariale tra uomo e donna è una crescita che determina il benessere economico di tutto il Paese. È soltanto una delle battaglie di genere che dimostrano la totalità del problema, non la sua divergenza. Un divario non è mai soltanto lo specchio di una rivendicazione di classe, ma comporta in ogni caso un gap che incide nell’equilibrio nazionale. 

Del problema del taglio dell’Iva sugli assorbenti se ne parla dal 2016 con la prima proposta con emendamenti sulla legge di bilancio, ma è sempre rimasto solo un “problema di donne”. Che il ciclo non sia un lusso non è soltanto lo slogan della campagna di Onde Rosa, ma è una constatazione che, se è riuscita a raccogliere 650mila firme, pone le basi per un problema comune con esigenza di considerazione. Il limite però rimane alla radice, la considerazione che il taglio ad esempio potesse essere valido solo per gli assorbenti biodegradabili e compostabili. Una proposta che parrebbe risolvere il problema dell’Iva, ma amplierebbe quello del divario di classe economica: perché, forse, mica tutti possono permettersi l’assorbente Bio? E allora ritorna il monito, ma ancora più deciso: sarà che sono gli assorbenti il vero lusso? (E quali, a questo punto ci sarebbe da aggiungere?). Una proposta che, nei migliori dei modi, in ogni caso considerava il 10%, non di certo il 4% che si richiede. Non il 10, ma il 4 perché è il 4 che si adotta per i beni di prima necessità. E perché se c’è da fare un emendamento di legge, ha senso che venga disegnato con nesso di logica – e di causa. 

Assorbenti e Iva, riconoscere la protesta

Quello che c’è dietro la questione degli assorbenti e dell’Iva è la tossica gestione dei riconoscimenti. Riconoscere un problema significa comprenderne il senso, il valore e soprattutto le conseguenze che esso ha nella vita di chi lo subisce. Non c’è protesta senza logica, ma neanche riconoscimento senza coerenza. Riconoscere il problema dell’Iva sugli assorbenti e rispondere con un abbassamento che non arrivi al 4% equivale ad ammettere la sua incomprensione. È il costume culturale che predilige il riconoscimento simbolico ed economico a quello razionale e naturale. Prima la proposta dell’abbassamento dell’Iva sugli assorbenti veniva deriso anche in Parlamento, ora si applaude in piedi per un passo avanti che non rispetta la dignità della richiesta stessa. Nulla ancora neppure da festeggiare, se l’attesa del testo definitivo e la sua approvazione sono ancora. Rimane la constatazione di un plauso errato, che esalta una conquista vestita da miseria; perché ottenere qualcosa non equivale ricevere ciò che ci spetta. 

Sono giorni di gloria per i provvedimenti presi in visione, per quelli confermati e per quelli da proporre. C’è da fare attenzione, però, nel confondere questi risultati come conquiste di progresso. Una conquista non prevede altra disparità, se per risolvere il gap tra sessi si genera il gap economico dello stesso sesso. La considerazione degli assorbenti come beni di lusso rimane tale se non trattate come beni di prima necessità, anche se si parla del 10%. A volte la stanchezza annebbia la realtà, così crediamo sia una vittoria quello che è -forse- soltanto un premio di consolazione. È il costume culturale che deve riconsiderare la priorità del genere, a pari del resto. E allora il costume politico riconoscerà come primario quello che ora crede sia ancora marginale.  

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