Editoriale

Perché la parità salariale fa bene non soltanto alle donne

Quando il gender pay gap diventa poi il disegno di una legge che implica la parità salariale tra uomini e donne? È il divario retributivo di genere che da sempre affligge l’Italia, più di altri paesi. Eppure se ne parla da decenni, con la stessa lentezza con cui siamo arrivati anche a definire il problema e i limiti stessi. Tra l’ammissione del divario e la soluzione soltanto adesso, dopo anni, siamo passati dalla parte dell’azione: alla Camera è stata approvata la modifica all’articolo 46 del 2006 del codice delle pari opportunità tra uomo e donna in ambito lavorativo. E ora per incentivare la presenza femminile nel mercato del lavoro e ridurre il cosiddetto “gender gap” nelle retribuzioni, dal 1 gennio 2022 arriva anche per le aziende la certificazione della parità di genere. Una svolta teorica che ci da pace? Sulla carta, almeno, ora saranno validate (o meno) le misure adottate dai datori di lavoro per ridurre il divario di genere.

Parità salariale, l’urgenza di un Paese

Quello che non abbiamo mai compreso, è che alla base del gender pay gap non c’era solo uno squilibrio che arrecava svantaggio al sesso femminile. Quello stesso divario era nocivo per il costume economico del nostro paese, per l’economia stessa (che tocca uomini e donne) e per una cultura di genere che individuava anche nei settori più pratici una narrazione tossica. Ora viene improvvisamente considerato discriminatorio qualsiasi comportamento non paritario «in ragione del sesso, dell’età anagrafica, delle esigenze di cura personale o familiare, dello stato di gravidanza nonché di maternità o paternità, anche adottive». È una considerazione che ora viene accettata, perché “la legge lo dichiara”, ma che finora non è stata sufficientemente importante da evitare posizioni di svantaggio nelle carriere delle donne.

Dietro la parità salariale non c’è soltanto la busta paga, ma l’opportunità di crescita, di parità di mansioni, che rientra nella politica di gestione del lavoro che finora non ha tutelato la donna ma ha fatto del sesso il movente per differenziarci. Del 56% delle donne con un titolo di laurea soltanto il 28% diventa manager; lo stipendio di una donna in media è minore del 20% di quello di un uomo a parità di mansioni e ore di lavoro.Questa piaga non ha inclinato soltanto la carriera di molte donne, ma ha limitato una crescita complessiva del settore. Checché se ne dica, che le donne guadagnino come gli uomini conviene proprio a tutti. La parità salariale fa bene all’economia tutta. Non il “capriccio” di femministe che tanto deridono, ma una crescita complessiva che include tutti. Per iniziare, se le donne guadagnassero come gli uomini, si dimezzerebbe il tasso di povertà femminile ma soprattutto aumenterebbe il potere d’acquisto. 

L’urgenza è di tutti, perché un provvedimento che garantisca lo stesso trattamento economico tra i generi ha delle conseguenze che riguardano entrambi. La parità salariale non è il bene delle donne (o meglio, non solo) ma è un ulteriore passo per muovere più veloce il motore dell’economia. Se vi dicessero che con la parità salariale combatteremmo la deflazione e aumenteremmo i consumi… allora vi piacerebbe di più?

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