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Iva Zanicchi e Orietta Berti, la loro storia e perché sono diventate famose

Imprenditore e talent scout, il reggiano Giancarlo Conte ha portato al successo le reggiane Iva Zanicchi e Orietta Berti, ma ha contribuito al lancio anche di Mina, Caterina Caselli e di molte altre. Il suo studio di via Franchi è stipato di innumerevoli immagini di Marilyn Monroe e di tante altre pin up, di mezzo mondo, ecco l’intervista rilasciata qualche tempo fa a Gazzetta di Reggio.

Sbuca anche la foto di una giovanissima Carmen Russo mentre sfilava anni fa al Corallo di Scandiano. Racconta com’erano le sue scoperte prima della fama, il rapporto con il direttore artistico del Festival di quest’anno, Tony Renis, le astuzie per portare le cantanti al successo. Ammette anche di aver fatto fare «provini orizzontali», ma dice: «Non erano indispensabili per un lancio. Ed erano soprattutto le madri delle esordienti a prestarsi al gioco»

Com’erano Iva Zanicchi e Orietta Berti prima della celebrità?

«Iva era una cantante casereccia, nostrana e ruspante. Anche oggi in parte si è mantenuta tale: risponde alle domande e non si dà arie. Un personaggio molto diverso da quelli imperanti allora, come la Vanoni, la tipica snob milanese, o di Mina, con una forte impronta di classe. Ma agli inizi la Zanicchi era molto svogliata: cantava con lo stile di una che lava i panni lungo i canali. Le imposi di ascoltare e riascoltare i dischi di Dyana Washington. La Berti? Aveva di certo una musicalità superiore rispetto a quella della Zanicchi, che aveva una voce leggermente calante e squadrata. Le feci letteralmente mangiare l’album di una venezuelana, Adilla Castillo, da cui mutuò il suo stile. Una volta mi chiese perché a un Sanremo le feci indossare un abito a strisce. ‘Tutti ne parlano male”, mi disse. ‘E’stato un bene, altrimenti – obiettai – di te nessuno avrebbe parlato”. Era diligente, ma più impacciata della Zanicchi, e permalosa. ‘Se hai coniato le definizioni di pantera di Goro per Milva, di aquila di Ligonchio per Iva e di tigre di Cremona per Mina, trovane una anche per me”, mi chiese una volta. ‘L’ochetta di Cavriago”, buttai li io, ma lei se la prese a morte. La Caselli non ebbe fortuna finché non trovò uno come me: le imposi la canzone ‘Nessuno mi può giudicare”, simile a una canzone napoletana del primi anni del Novecento, dimenticata da tutti. La portai a Milano dove Michele Vergottini le fece il caschetto d’oro. Era l’epoca delle pettinature dei Beatles, ne ricavai una versione femminile che divenne un personaggio. Ma tra le mie scoperte ci sono anche Andrea Mingardi, Rosanna Fratello e Lara Saint Paul. E Mina, alla quale consigliai di divorare il lavoro di una sconosciuta rumena, Aura Auriscianu. I ricordi che mi legano al mondo dello spettacolo sono tanti».

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