Cultura

Jackson Pollock, padre dell’action painting

Chi non ha mai sentito, almeno una volta nella vita, il nome di Jackson Pollock? Per chi ancora non lo conoscesse, parliamo di un artista contemporaneo rivoluzionario. È stato infatti uno dei primi ad andare “oltre la tela”, rendendosi padrone del colore. Ma vediamo quali sono le sue tecniche, e come si è evoluta la sua carriera.

Pollock nasce il 28 gennaio 1912 a Cody, nel Wyoming. Figlio di agricoltore e più piccolo di cinque fratelli, sin da piccolo è affascinato dall’arte. La sua indisciplina tuttavia, lo porta ad essere espulso per indisciplina dalla Manual Arts High School di Los Angeles. Ma questo non frena la sua vena artistica: si trasferisce a New York nel 1929, seguendo il fratello, ed entrambi sono allievi di Thomas Hart Benton. Del pittore non apprezza particolarmente l’attaccamento ai paesaggi, ma gli resterà impresso il suo approccio al colore. Sarà grazie alla casa comprata con l’anticipo della famosissima collezionista Peggy Guggenheim, dove si trasferisce con la moglie Lee Krasner (anch’essa pittrice), che comincerà a perfezionare la sua tecnica più famosa.

Le tecniche di Jackson Pollock: dripping e action painting

Parliamo infatti della tecnica più famosa dell’arte contemporanea: il dripping. Jackson Pollock aveva perfezionato il suo metodo di far letteralmente colare il colore sulla tela (“dripping”, “to drip”: gocciolare). «Il mio dipinto non scaturisce dal cavalletto. Preferisco fissare la tela non allungata sul muro duro o sul pavimento. Ho bisogno della resistenza di una superficie dura. Sul pavimento sono più a mio agio. Mi sento più vicino, più parte del dipinto, perché in questo modo posso camminarci attorno, lavorare dai quattro lati ed essere letteralmente “nel” dipinto. È simile ai metodi dei pittori di sabbia indiani del west»: questa è l’action painting, dove il colore non viene distribuito con attenzione sulla tela, ma lanciato e fatto colare.

Dripping e action painting sono i tratti distintivi di Pollock, ma non solo. Dobbiamo infatti ricordare l’influenza che i nativi americani ebbero su di lui. Grazie al padre LeRoy ebbe la fortuna di avvicinarsi alla cultura nei nativi americani, dai quali apprese un’impostazione molto importante. Infatti, se lui prendeva le immagini dall’inconscio, loro passavano per il mondo degli spiriti. Questa tecnica primitivista è un punto di incontro con la moda del periodo, insieme alla psicanalisi.

I problemi con l’alcol e la morte

Infatti Jackson Pollock era seguito da uno psicanalista junghiano, con il quale aveva sviluppato una tecnica di terapia basata sui cosiddetti “disegni psicanalitici“. Erano dei disegni basati, appunto, sull’inconscio, che lui utilizzava per esprimere il suo stato psicologico. Si rapporta così ai primitivisti, coloro che si basavano su tecniche di tribù (come i nativi americani). A volte si trattava di allucinazioni vivide, rappresentate con il disegno.

Il suo alcolismo, purtroppo, lo porta a perdere la vita da giovanissimo, a soli 44 anni. Era infatti l’11 agosto 1956 quando perde il controllo dell’auto, a pochi chilometri da casa sua. Nello scontro perse la vita lui e la sua amica Edith Metzger, mentre l’altro passeggero, la sua amante Ruth Kligman, si riprese qualche tempo dopo. Fu la moglie, la pittrice Lee Krasner, ad amministrare il suo patrimonio fino alla sua morte nel 1984. Il suo patrimonio, sparso per il mondo, ha origine nella Pollock-Krasner House, che è visitabile ancora oggi.

Marianna Soru

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