Cultura

Jacques Copeau: una maschera senza smorfie

La teatralità del drammaturgo francese Jacques Copeau (1879-1949) recupera l’esistenziale attraverso l’essenziale e sviluppa un’opera nuova che conduce l’attore- uomo alla consapevolezza di sé. 

L’ora della maschera è giunta.

Si inizia dal fondo, dal silenzio, dal volto nascosto.

S’inabissa l’attore, si sperimenta, esplora i propri fondali, si libera dall’insofferenza del gesto.

Un atto di sincerità “fisicamente indispensabile” che elegge il volto impassibile come origine mimica.

Jean Cocteau, uno stratagemma.

La maschera neutra è espediente di liberazione in grado di sbrigliare le catene, di cancellare la smorfia, di permettere l’essenza.

Mi maschero dunque mi libero.

Paradosso ipotizzabile eppure inesistente.

https://en.m.wikipedia.org/wiki/File:Copeau_La_Carosse.jpg (PHOTO CREDITS: ANSA.IT)

Decontratti, distesi, silenziosi; percorriamo la traiettoria di un’immobilità espressiva, ne scopriamo il senso, ne sveliamo l’arcano.

Se l’educazione teatrale è prerogativa per l’ideatore del Vieux Colombier, essa si diparte da una metamorfosi.

Nell’ambito del nesso inequivocabile tra teatro e vita, l’uomo si fa attore per conoscersi; si conosce per tornare uomo, per essere, per rinnovare quel nucleo di umanità intrinseca a lungo disconosciuto.

http://vieux.colombier.free.fr/historique/historique2.shtml (PHOTO CREDITS: ANSA.IT)

Imbrigliato nel flusso scrosciante del movimento, l’attore si arrischia in un esposizione che altro non è che sterile riproduzione gestuale.

 Diviene utente usurpatore di speciosa apparenza.

E’ dunque necessario riappropriarsi del silenzio, espressiva negazione del suono, svelatore d’intima concretezza, dimensione che prepara e non annuncia il gesto.

Dalla sintonizzazione preliminare, tutto allora si diparte.

Si accorda la fisionomia, il volto, la voce; confluisce il fatto teatrale come plasma armonico, aggregazione sillabica degli elementi.

https://www.gettyimages.ae/photos/jacques-copeau?mediatype=photography&phrase=jacques%20copeau&sort=mostpopular (PHOTO CREDITS: ANSA.IT)

Un opera nuova. Un palcoscenico nudo.

Posto al centro della scena l’attore finalmente umanizzato si riappropria del tempo, si libra distillando i suoi movimenti in una spazialità funzionale, ridotta all’essenziale.

Ed ecco che il teatro si svincola d’ogni cabotinage, esce dagli affollati stradoni cittadini, s’infila nei viottoli.

Messo a bando il guittismo balordo, l’asservimento allo stereotipo, la falsità sociale, il teatro si fa puro; dispone la sua essenzialità a servizio del testo drammatico, della poesia.

Dopo l’esperienza del Theatre de Vieux-Colombier, fondato a partire dal 1913 nel piccolo teatrino dell’Athènèe Saint Germain e fortemente segnato dall’incessante ricerca sulla nuova drammaturgia, trova spazio il periodo dell’Années Copiaus (1925-1929) che seguirà il trasferimento in Borgogna.

Testo esemplificativo di questi anni epici, L’illusion si pone forse come primo e più organico tentativo di scrittura.

Il “corps obèissant” dell’attore si fonde all’idea di una doppia meta-teatralità; una compagnia di comici mette in scena se stessa intenta a rappresentare un’altra storia.

Calisto e Melibea; un teatro che interroga se stesso, si scruta; che, scevro da ogni ostentazione, si amalgama con la vita.

Giorgia Leuratti

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