Musica

Janis Joplin, perla e icona del rock anni ’60

Quando si parla di Janis Joplin, è inevitabile citarla insieme agli altri numerosi artisti del cosiddetto “club 27”. Ma è limitante parlare della cantante texana come la classica “artista maledetta” e basta. La Joplin è stata un’artista dal successo travolgente, circondata anche da tanti amanti, ma in fin dei conti sola. Il suo essere irrequieta e la rottura del rapporto coi genitori, in disaccordo con la sua vita “on the road”, sono stati fattori decisivi nel portarla verso le droghe. Il suo talento e la sua modernità, però restano indiscussi. Riscopriamo la biografia e la carriera di Janis Joplin, iconica figura del rock al femminile.

L’adolescenza irrequieta di Janis Joplin

Janis Lyn Joplin nasce in Texas il 19 Gennaio 1943, da padre operaio e madre impiegata in un college. È la maggiore di tre fratelli. A scuola Janis non è tra le ragazze più popolari: è piena di complessi, per via del leggero sovrappeso e dell’acne. È un “maschiaccio” che gioca nel fango coi ragazzi e abbraccia da subito uno stile di vita molto libero. Ancora molto giovane, si appassiona al blues e inizia a cantare nel coro cittadino. A soli 17 anni, lascia il college e fugge di casa. La prospettiva di una vita di provincia, incentrata su matrimonio e figli, non la interessa.

Per inseguire il sogno di diventare una cantante, Janis Lyn comincia a vagabondare da una città all’altra. Inizia ad esibirsi nei club country di Houston e di altre città del Texas. Appena ha abbastanza denaro, parte per la California. Qui entra a far parte di diverse comunità hippy, stabilendosi a San Francisco per alcuni anni. Quando per un caso, torna in Texas, all’inizio del 1966, Janis rivede un suo amico, Chet Helms. Questo, è il manager di un nuovo gruppo rock, chiamato “Big Brother and the Holding Company”. La band ha bisogno di una vocalist femminile. Helm pensa subito a Janis. Così la incoraggia a tornare a San Francisco.

Janis Joplin, Down On Me (Live at The Grande Ballroom, Detroit, MI – March 1968)

Janis e i Big Brother and the Holding Company

La fusione tra la roca voce blues della Joplin e il rock/blues dalle venature psichedeliche della band, si rivela un successo. Divenuto presto popolare in tutta l’area di San Francisco, il gruppo è chiamato a partecipare al rock festival di Monterey nel 1967. Nello stesso anno, esce il primo acerbo album dei Big Brother and the Holding Co., il cui titolo è semplicemente il nome del complesso. Tutta la grinta della band, esce in modo più evidente nelle sessioni live. L’album di debutto, prodotto dalla Mainstream Records, risulta un po’ sottotono.

Uno dei pochi brani in cui c’è davvero evidenza del talento della band, è Down On Me. Un classico in cui la Joplin ha dichiarato di rispecchiarsi molto: “Sembra che tutti in questo fottuto mondo ce l’abbiano con me”. Nel 1968, esce il secondo album, Cheap Thrills. Questo lavoro è impreziosito da una cover di Summertime di George Gershwin e include un altro pezzo da novanta della discografia dell’artista texana, Piece of my Heart. Il suono della band è migliorato, ma gli equilibri iniziano a essere rotti dall’abuso di alcol e droga. I continui attriti tra le due primedonne del gruppo, Janis e James Gurley, portano allo scioglimento dei Big Brother and the Holding Company.

Janis Joplin, Piece Of My Heart, live, Germania, 1968

Janis Joplin, la “regina bianca del blues”

Di lì a poco, la cantante texana intraprende la carriera solista e diventa uno dei simboli del rock al femminile. La sua sensualità selvaggia la fa somigliare a una specie di alter ego femminile di suoi colleghi uomini della stessa epoca, come Jim Morrison o Mick Jagger. Lo conferma un articolo su “The Village Voice”: “Pur non essendo bella secondo il senso comune, si può affermare che Janis è un sex symbol in una brutta confezione”.

Nonostante la rottura con la Big Brother, Janis mantiene il contratto con la Columbia Records. Forma così una nuova band, la “Kozmic Blues Band”, con la quale nel 1969 pubblica I got dem ‘ol Kozmic Blues Again mama. L’album spacca in due l’opinione pubblica. Per gli Stati Uniti è un’opera troppo orientata al blues, in contrasto con l’evoluzione della scena musicale americana. Per il pubblico europeo, invece, questa ragazza di soli ventisei anni, diventa “la regina bianca del blues”.

Janis Joplin con la Full Tilt Boogie Band, live al Festival for Peace, Shea Stadium, agosto 1970 - ph: timemagazine.com
Janis Joplin con la Full Tilt Boogie Band, live al Festival for Peace, Shea Stadium, agosto 1970 – ph: timemagazine.com

“Pearl”, l’ultimo album postumo

Janis Joplin condivide pienamente l’ideale Peace & Love che caratterizza il movimento hippy. Partecipa al mitico Festival di Woodstock e anche al concerto in memoria di Martin Luther King. Vive apertamente la sua bisessualità – in tempi ancora più patriarcali e omofobi di oggi – e difende l’uguaglianza fra bianchi e neri. Anche l’esperienza con la seconda band dura poco, sempre per complicazioni legate alle dipendenze di Janis e altri membri del gruppo. Ci sono inoltre contrasti coi gruppi con cui si esibisce per via della sua ricerca e il suo modo di improvvisare. Ma Janis non si arrende. Si disintossica e mette su un altro complesso, la Full-Tilt Boogie Band, con cui nel 1970 realizza l’album Pearl.

Il titolo del disco (perla) è il soprannome che gli amici danno alla Joplin. E una gemma lo è anche l’opera: ottiene un grandissimo successo con brani immortali come la struggente Cry Baby. Ma Janis purtroppo non potrà godere di questo trionfo, perché non vedrà mai Pearl pubblicato. Il disco esce solo l’11 Gennaio 1971, tre mesi dopo la scomparsa della cantante. Il 4 Ottobre del 1970, infatti, la regina bianca del blues, per la troppa tensione e un fisico debilitato, è rimasta stroncata da una overdose di eroina. Il suo modo di incantare le folle, con le sue performance intense ed estreme, la sua voce graffiante, il suo fuoco blues, tutto questo, invece, resta immortale. E diventa un preciso stile di riferimento per artiste come PJ Harvey, Annie Lennox e Skin.

Janis Joplin, Cry Baby (1971)

Janis Joplin resta un’artista unica e inimitabile

“Sul palco faccio l’amore con 25mila persone. Poi torno a casa sola” – Janis Joplin

Questa citazione ci sembra il modo migliore per chiudere un pezzo su Janis Joplin. Racchiude una realtà comune a tante rockstar. E ne rivela tutta la fragile umanità che tante volte fatichiamo ad attribuire ad artisti che sono diventati leggende e ci appaiono quasi come delle divinità, lontane, immuni alle sofferenze di noi comuni mortali. E invece no. Gli aspetti più brutti e complicati della vita, non risparmiavano nemmeno animali da palcoscenico come Janis Joplin, Jimi Hendrix, Jim Morrison, Kurt Cobain o Amy Winehouse. Che sono tutti finiti nel tristemente noto “club 27” per le loro vite senza dubbio sregolate, si.

Ma tutti questi artisti non sono accomunati solo dall’uso smodato di alcol e droga. Janis, Jimi, Jim, Kurt, Amy e tanti altri ancora, avevano dentro mondi forse troppo grandi, per poter restare a lungo confinati nei limiti fisici di un’ esistenza terrena. Nella loro musica e nelle loro voci, traspaiono talento e umanità, con una tale prepotenza, che nessuno dopo di loro è riuscito lontanamente a replicare. E anche Janis Lyn Joplin, resta appunto unica e inimitabile. Con quel suo viso sempre stropicciato, di una bellezza non convenzionale ma dal fascino indubbio. Con quel graffio nella sua voce roca, altrettanto fuori dai canoni della sua epoca. E soprattutto con quell’intensità, che ancora oggi, a distanza di cinquant’anni, non smette di travolgerci.

A cura di Valeria Salamone

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