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Joe Biden sarà il primo presidente Usa a riconoscere il genocidio degli armeni

Biden Preparing to Declare That Atrocities Against Armenia Were Genocide”, si legge sul New York Times. Inutile girarci intorno, la decisione di Joe Biden di riconoscere ufficialmente il genocidio armeno è una bomba sulle relazioni tra gli Usa e il principale alleato orientale della Nato. Il gesto comprometterebbe ulteriormente l’alleanza degli Stati Uniti con la Turchia, ma il presidente sembra disposto a correre questo rischio per promuovere i diritti umani. E’ passato più di un secolo da quello che gli storici chiamano la marcia della morte sistematica, intrapresa dall’Impero Ottomano durante la Prima guerra mondiale. Sabato cade il 106° anniversario, occasione in vista della quale Biden si prepara all’annuncio, designadosi così come il primo presidente americano in carica a farlo. Sebbene Ronald Reagan fece rapido riferimento al genocidio armeno in una dichiarazione scritta del 1981 sull’Olocausto, mentre nel 2019 sia Camera che Senato approvarono misure per rendere il suo riconoscimento una questione formale della politica estera degli Stati Uniti. Sul piano internazionale, sono una trentina i Paesi che hanno compiuto passi simili, gli avversari politici della Turchia. Il Metz Yeghern (“grande male”), iniziò il 24 aprile 1915 con l’arresto di 2.345 persone nella sola Istanbul, poi giustiziate o deportate. Nella notte del 23 furono eseguiti i primi arresti tra l’élite armena di Costantinopoli. L’operazione continuò nei giorni successivi. Fu una tragedia e un crimine contro l’umanità che fino al 1973 il mondo ha finto di ignorare. Solo allora la Commissione dell’Onu per i diritti umani ha riconosciuto ufficialmente lo sterminio di circa 1 milione e mezzo di armeni come il primo genocidio del XX secolo. A coniare il termine “genocidio” fu il giurista polacco di origine ebraica Raphael Lemki nel 1944, ritenendo che quello armeno si trattasse del primo episodio in cui uno stato ha pianificato ed eseguito sistematicamente lo stermino di un popolo. Significativamente si intende «la metodica distruzione di un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso». La Turchia, però, non ha mai accettato la definizione, sostenendo che le uccisioni compiute dall’Impero Ottomano erano una risposta all’insurrezione degli armeni e alla necessità di difendere le sue frontiere, e sottolineando che anche migliaia di turchi morirono nel conflitto.

Riconoscere il genocidio serve a sensibilizzare le generazioni presenti e future

Uno dei primi accademici turchi a riconoscere e parlare apertamente di genocidio fu Taner Akçam. Per questo nel 1976 fu arrestato e condannato a 10 anni di prigionia. Per poi fuggire e trovare asilo politico nella Repubblica federale della Germania, dove iniziò a lavorare per l’Istituto di ricerche sociali di Amburgo sulla storia delle violenze e delle torture nel suo Paese di origine. Attraverso lunghe ricerche d’archivio, Akçam ha ricostruito come la Repubblica Turca, fondata nel 1923 sulle ceneri dell’impero da Mustafa Kemal Atatürk, il “Padre della Turchia moderna”, sia figlia anche della pulizia etnica. «Per costruire la nuova nazione, Kemal Atatürk si servì proprio degli organizzatori dello sterminio e di chi si era arricchito depredando gli armeni». Era la fine della tolleranza ottomana, che, pur tra molte discriminazioni, aveva permesso per secoli la convivenza dei popoli più diversi, armeni compresi. Questi ultimi, però, erano “colpevoli” di rappresentare una élite culturale ed economica, pur essendo una minoranza linguistica e religiosa. Il ritratto perfetto del capro espiatorio.

Il genocidio vero e proprio si scatenò a partire dal 1915, in seguito all’approvazione della legge Tehcir dal parte del Consiglio dei Ministri ottomano, il 29 maggio di quello stesso anno. La parola stessa “Tehcir” significa “deportazione” o “sfollamento forzato”, come definito dall’Organizzazione linguistica turca. La stessa con cui si autorizzava la deportazione della popolazione armena dell’Impero ottomano, accusata, indistintamente, di “alto tradimento”. Era una “difesa preventiva” perché «coloro che oggi sono innocenti, potranno essere colpevoli domani». Gli armeni erano quelli arricchitisi sulle spalle dei “turchi onesti”, per questo andavano debellati. Secondo lo storico inglese Arnold Joseph Toynbee, un elemento determinante fu il governo dei “Giovani Turchi”, affermatosi nel periodo antecedente la Prima guerra mondiale: un gruppo caratterizzato per lo più da nazionalistici, in cui militava anche Atatürk, che di fatto condusse la guerra. Essi temevano che gli armeni potessero allearsi con i russi, di cui erano nemici. Chi si oppone all’associazione del termine genocidio sostiene, infatti, che non esistesse un’intenzione di sterminio da parte dell’Impero ottomano. Ma l’intento di impedire agli armeni che si unissero all’esercito russo. Motivazioni, secondo alcuni, frutto di propaganda, per sottolineare quanto il progetto politico mirasse alla creazione in Anatolia di uno stato turco etnicamente omogeneo.

Che le persecuzioni fossero mirate agli Armeni come componente territoriale dell’Anatolia, piuttosto che come componente etnica, poco importa. Quella fu la prima volta in cui venne applicata la deportazione sistematica, scientifica, ordinata da un’apposita “legge di deportazione”. Un sistema affidato alla cosiddetta “Organizzazione speciale”. Fu Talaat Pasha, in qualità di ministro dell’Interno, a ordinare la liberazione di tutti i detenuti condannati per i peggiori crimini quali omicidio, rapina, stupro, se solo avessero accettato di unirsi all’Organizzazione, includendo tribù attratte dalla prospettiva di saccheggi, e rifugiati assetati di vendetta. Un reclutamento di criminali che spiega il perché dell’altissima incidenza di violenze sessuali durante il genocidio. L’Organizzazione fu talmente efficiente che, secondo alcuni studiosi, ispirò ai nazisti i “metodi della soluzione finale” contro gli ebrei. Chi non veniva ucciso sul luogo moriva nelle marce forzate. Le cosiddette “marce della morte”, in cui centinaia di migliaia morirono per fame, malattia o sfinimento. Organizzate con la supervisione di ufficiali dell’esercito tedesco in collegamento con l’esercito turco, si possono considerare come “prova generale” ante litteram delle più note marce della morte perpetrate dai nazisti ai danni dei deportati, durante la Second guerra mondiale.

Ancora oggi l’argomento in Turchia è un tabù. Ufficialmente quella armena fu una “rivolta”. Anche per questo il numero delle vittime è controverso. Fonti turche fermano il numero dei morti a duecentomila, mentre quelle armene arrivano a 2,5 milioni. Gli storici stimano che la cifra vari tra i 500mila e due milioni di morti, ma il bilancio di 1,5 milioni è il più diffuso. I turchi che osano parlare apertamente di genocidio sono pochi, in virtù della legge 301 del codice penale turco, entrata in vigore il 1° giugno 2005, riguardante il «pubblico oltraggio all’identità turca». In altre parole, si rende illegale insultare la nazione, le istituzioni governative o gli “eroi” nazionali turchi come Mustafa Kemal Atatürk. A farlo sono stati il premio Nobel per la Letteratura Orhan Pamuk, incriminato e costretto a vivere sotto protezione, la scrittrice e autrice più venduta in Turchia, Elif Shafak, il giornalista Hrant Dink, assassinato a Instabul il 19 gennaio del 2007 con diversi colpi di arma da fuoco; così come il già citato Taner Akçam, che disse: «La Turchia non ammette il genocidio perché quel crimine fu commesso dai ‘padri della patria’. Molti membri del Comitato di unione e progresso ricoprirono posizioni importanti nella neonata Repubblica Turca. Riconoscere le loro responsabilità significa mettere in discussione l’ideologia nazionale turca e l’identità stessa della nazione».

La responsabilità di riconoscere il genocidio è per questo necessaria. Tenere viva la memoria storica serve a sensibilizzare le nuove generazioni. Il ministro degli Esteri dell’Armenia, Ara Aivazian, ha dichiarato mercoledì in un’intervista che «il riconoscimento da parte degli Stati Uniti sarà una sorta di faro morale per molti paesi», aggiungendo che «non si tratta di Armenia e Turchia. Si tratta del nostro obbligo di riconoscere e condannare il genocidio passato, presente e futuro». Per sperare in un futuro, è ora che la Turchia faccia i conti con il suo passato.

Francesca Perrotta

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