Musica

Keith Richards è ancora molto più figo di voi

“Il corpo, dovevi darlo per scontato. Qualsiasi sforzo tu gli chiedessi, doveva rispondere.” Parola di Keith Richards. E magari il suo segreto è stato questo. Perché se c’è una persona al mondo che nel corso della propria esistenza è scampata innumerevoli volte alla grande mietitrice, quella persona è proprio il leggendario chitarrista degli Stones.

Forse sarò di parte, perché è una grande passione quella che nutro per Keef… ma se almeno un po’ stuzzica anche la vostra curiosità, fatevi un favore (se non l’avete ancora fatto) e leggetevi Life. Tecnicamente la sua autobiografia pubblicata nel 2010, praticamente il racconto epico (ma anche rocambolesco), attraverso almeno sei decenni di storia della musica e della società, di quella che non è stata una vita, quanto piuttosto una trama di decine di vite intessute fra loro, esagerate, straordinarie, portate all’estremo e consumate. D’altra parte, non vorremmo mica consegnare alla morte un corpo intonso?

Keith Richards - Ph: gq-magazine-co.uk
Keith Richards – Ph: gq-magazine-co.uk

Il Paradiso può attendere

In 32 Dicembre, un immenso Luciano De Crescenzo espone la sua teoria della bidimensionalità del tempo (mi permetto di consigliarvi anche la visione di questa pellicola). Per farla breve, l’ingegnere-filosofo sostiene che il tempo possa essere vissuto in lunghezza oppure in larghezza: nel primo caso, vivendo in modo monotono e sempre uguale, dopo 60 anni uno avrà 60 anni. Al contrario, se lo si vive in larghezza, innamorandosi e facendo magari anche qualche sciocchezza, dopo 60 anni uno avrà solo 30 anni. Il guaio, secondo il Maestro, “è che gli uomini studiano come allungare la vita, quando invece bisognerebbe allargarla.”

Non mi viene in mente nessun altro che possa fungere da prova vivente di questa teoria più di Keith Richards. La sua vita è decisamente “larga”. Ha fatto tutto quello che poteva essere fatto. Spingendo sé stesso sempre al limite, brandendo come unica arma la sua chitarra e col suo inconfondibile sorriso da furbetto sempre stampato sulla faccia.

Vogliamo pensare ad alcune delle volte in cui Keef avrebbe potuto presentarsi all’appuntamento col Creatore? Prendiamo ad esempio il 3 dicembre del ’65, a Sacramento, mentre suonava The Last Time davanti a cinquemila persone e la sua chitarra toccò l’asta del microfono, dal quale partì un sovraccarico di elettricità che fece fare a Keith un volo all’indietro di metri. Ci fu chi pensò che gli avessero sparato! Finì all’ospedale intubato e il medico disse: “Beh, potrebbe risvegliarsi come non potrebbe farlo mai più.” Lo fece, probabilmente salvato dalle spesse suole delle sue scarpe di suede Hush Puppies, che fecero da messa a terra. E la sera dopo era di nuovo sul palco.

Un giornalista comunica a Keith Richards che è al 1° posto della classifica delle celebrità con più probabilità di morire

Top of the list!

Chiaramente, da perfetta icona rock, Richards ha passato anni ad assumere più o meno qualsiasi sostanza stupefacente in circolazione, arrivando anche a vedersela davvero brutta a causa della dipendenza da eroina. Riguardo alla cocaina, invece, dice che ad un certo punto ha smesso di farsi perché la roba che era in giro era ormai di pessima qualità (che disservizio!). Ma, sempre per la nostra fame di aneddoti, possiamo “pescare” dal periodo “sintetico”, diciamo così. Fine anni ’60: il nostro ricorda un “road trip a base di acido” in compagnia di John Lennon (alla faccia della rivalità artistica) e un’imprecisata quantità di LSD che portò l’inedito duo a girare più o meno in cerchio fra le città di Torquai e Lyme Regis per due o tre giorni, lasciando in entrambi ricordi estremamente vaghi. Dopo anni, Lennon ancora gli chiedeva “Cosa è successo in quel viaggio?”.

Poi c’è stata la volta nel ’72 in cui un gruppo di separatisti francofoni a Toronto piazzò una bomba nel camion delle strumentazioni per il concerto degli Stones, che in realtà poi tardò di soli tre quarti d’ora. In tempi più recenti, nel 2006, Richards rischiò ancora una volta di passare a miglior vita (come se quella quaggiù non fosse già abbastanza divertente) cadendo dal ramo di un albero alle Fiji, e fu operato per un ematoma al cervello. Sorvolando su tutti i guai con la legge che l’hanno visto protagonista (“io non ho un problema con la droga, io ho un problema con la polizia”), potremmo continuare ancora parecchio con l’elenco delle “scampate morti”, ma basterà soltanto menzionare che per molti anni Keef è stato al primo posto della lista delle celebrità con maggior probabilità di morire (si, queste classifiche esistono). Ne ha fatte perdere di scommesse!

“A volte non riesco a capire come diavolo sono riuscito ad arrivare fino a qui. Ma è la musica la cosa che mi fa andare avanti e quindi è su quella che cerco di concentrarmi”.

Keith Richards - Ph: npr.org
Keith Richards – Ph: npr.org

Di sogni, Malaguena, blues e rock and roll

Eh si, la musica. Perché in realtà è per la musica se siamo qui a parlare di Keith Richards. Uno che la rivista Rolling Stone ci segnala al decimo posto dei migliori chitarristi di sempre. Autore di alcuni dei riff che hanno fatto la storia del rock and roll. Sempre in Life, Keith racconta di come Satisfaction la compose nel sonno:

“Non avevo la minima idea di averla scritta, ma grazie al cielo avevo un piccolo registratore a cassette Philips. Quella mattina lo guardai, per miracolo, ricordando di aver inserito una cassetta nuova di zecca la sera prima, e vidi che era alla fine. Premetti il tasto di riavvolgimento e trovai Satisfaction. Solo un’idea sommaria. Lo scheletro della canzone, senza tutto quel chiasso, naturalmente, perché stavo suonando una chitarra acustica. Poi, quaranta minuti di me che russavo.”

E voi quante pietre miliari del rock avete scritto mentre dormivate?

La passione per la musica, Keith la ereditò dalla madre e soprattutto dal nonno Gus, che gli regalò la prima chitarra, gli insegnò a suonare la Malaguena (“se sai suonare Malaguena, sai suonare qualsiasi cosa”) e al quale ancora oggi, ogni tanto, lascia qualche bigliettino affisso in giro: “Grazie nonno”. (Nel 2014 gli ha anche dedicato un libro per bambini: “Gus & Me: The Story of My Granddad and My First Guitar”).

Heartbreak Hotel di Elvis Presley, ascoltata alla radio una sera da ragazzino, lo sconvolse “come un’esplosione nella notte”, fu il primo pezzo rock che sentì in vita sua. Ma più che Elvis, avrebbe voluto essere Scotty Moore, il suo chitarrista. Il legame indissolubile con colui che diventò poi l’altra metà dei Glimmer Twins, Mick Jagger, nacque dalla comune passione per Chuck Berry e per il blues d’oltreoceano, da Muddy Waters a Howlin’ Wolf. Si incontrarono alla stazione di Dartford, entrambi con i dischi dei loro beniamini sotto al braccio… e il resto è storia.

“Ascolto ancora molto country blues. Mi colpisce ancora come se, in qualche modo, fosse l’essenza delle cose.”

Keith Richards - Ph: heyjudemagazine.it
Keith Richards – Ph: heyjudemagazine.it

The Streets of Love

In più di sette decenni di strabordante vita, Keith Richards ha avuto modo di incontrare e allacciare rapporti e relazioni di ogni tipo con migliaia di persone. Non sto qui a citare tutti i musicisti illustri coi quali ha suonato, perché è un elenco che può tranquillamente fornirvi Wikipedia. Qualche anno prima che morisse, è riuscito anche a ricucire con eccezionali risultati il difficile rapporto con suo padre, suggellando, infine, il loro legame di sangue sniffando una parte delle sue ceneri (lui la racconta come una casualità, e a chi di noi non capitano casualità di questo genere?). L’ultima cosa che ha detto al genitore in punto di morte pare sia stata: “Tieni un posto per me al bar, amico.” Da sua madre si è congedato suonandole Malaguena (what else?) e adesso è un settantasettenne più figo che mai (della serie “fatemi invecchiare ma solo se posso farlo così!”), sposato con una splendida donna, Patti Hansen, con la quale ha messo al mondo Theodora e Alexandra.

Altri due figli (Marlon e Angela) li ha avuti da Anita Pallenberg, suo primo grande amore, praticamente scippato all’amico e compagno di band Brian Jones sul finire degli anni ’60. Quella con Anita è stata una storia tormentata tra due giovani tossicodipendenti che hanno cercato per circa dodici anni di salvarsi a vicenda (hanno dovuto superare anche la morte di Tara, terzo figlio, morto in culla a pochi mesi). Solo che Keith aveva anche la sua musica, Anita toccò abissi tanto profondi che la loro relazione ne uscì in frantumi. La bellissima You Got The Silver, Keith la scrisse per lei.

Keith Richards - Ph: radiofreccia.it
Keith Richards – Ph: radiofreccia.it

Lo so, è solo rock and roll… lunga vita al rock and roll!

Anni trascorsi sulla strada a suonare da un posto all’altro del pianeta, scrivendo la storia della musica, amando, fumando, bevendo e consumando il proprio corpo in ogni modo possibile. Ha creato stili musicali, ha dettato la moda, ha persino fatto l’attore! Ma, ça va sans dire… Richards non ha alcuna intenzione di andare in pensione. Certo, la pandemia ha un po’ sconvolto i piani di tutti e quindi anche degli Stones che dovevano partire per l’ennesimo tour, ma per ora Keef se ne sta nella sua casa nel Connecticut con la sua famiglia, una smisurata libreria, la musica, il giardinaggio, in attesa di ripartire. Nel 2022 i Rolling Stones festeggeranno 60 anni di straordinaria carriera sull’onda del rock (“parlano tutti di rock in questi giorni, il problema è che si scordano del roll”). Ma non pensano ancora ai festeggiamenti: “In primis cercherò di superare il 2020 e poi vedremo come gestire il prossimo anno”, ha dichiarato Richards in una recente intervista.

Ad ogni modo Keef ha le idee chiare: prima o poi la signora con la falce busserà anche alla sua porta (siamo proprio sicuri che non sia immortale?), ma fino a quel giorno le sue dita, deformate dal tempo, dalla vita e dalle corde della chitarra, continueranno a suonare la sua accordatura in Sol aperto.

“La gente mi dice: “Perché non smetti?”. Ma io non posso andare in pensione finché non tiro le cuoia. Non credo che la gente capisca cosa sento. Non lo faccio solo per i soldi, o per voi. Lo faccio per me.”

Emanuela Cristo

seguici su:
twitter
instagram
facebook
Metropolitan Music
spotify

Back to top button