Cultura

La banalità del male di Hannah Arendt

La banalità del male è il saggio più famoso di Hannah Arendt; la filosofa tedesca di famiglia ebrea, sfuggita all’olocausto, e naturalizzata americana. Uscito nel 1963, è il diario tenuto dalla Arendt, quando, inviata per il New Yorker, segue il dibattimento in aula, e il processo ad Adolf Eichmann.

Eichmann, funzionario nazista, venne catturato in un sobborgo di Buenos Aires l’11 maggio del 1960, e trasferito in Israele. Tradotto dinanzi al Tribunale distrettuale di Gerusalemme l’11 aprile 1961, deve rispondere di quindici imputazioni tra cui :crimini contro il popolo ebraico, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Il titolo originale dell’opera è: Eichmann in Jerusalem, e da una lettura del male assai rivoluzionaria, e ancora molto discussa.

La banalità del male-copertina libro-immagine web
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Eichmann

Nel libro l’autrice inizia con il tracciare il profilo del funzionario nazista partendo dalla sua biografia. Adolf Eichmann, nato in Renania nel 1906, fu uno studente poco brillante. Si ritirò e dalle scuole superiori e da quelle di avviamento professionale. Lavorò come minatore nella compagnia del padre, finché questi non riuscì a trovargli un lavoro alla compagnia elettro-tranviaria austriaca.

Entra a far parte del servizio di sicurezza delle SS confondendolo con il servizio di sicurezza del partito; crede cioè di dover fare la scorta alle più alte cariche dello stato. Trasferito all’ufficio ebraico, perchè considerato, grazie alle sue letture, “esperto in questioni ebraiche“, Eichmann si prefigge di aiutare gli ebrei a fondare un loro Stato organizzandone l’emigrazione forzata. Si considerava un idealista realista, in quanto realizzava sia il volere del partito, quello di avere una Germania ripulita dagli ebrei, che il volere della razza ebraica, ossia avere un proprio territorio. Un uomo insomma inconsapevole, mediocre, banale che viveva di idee altrui.

Adolf Eichmann a processo-immagine web
Adolf Eichmann a processo-immagine web

La banalità del male

La Arendt descrive Eichmann e la sua incapacità di pensare, come affatto dovuta a un’”ottusità” frutto di mancanza di intelligenza, bensì all’incapacità di distinguere il bene dal male. La coscienza di Eichmann era una coscienza in cui dominava il disordine delle emozioni, da un lato, e l’obbedienza alla norma e all’autorità dall’altro. Eichmann, come molti criminali nazisti, poteva essere tenero con i suoi bambini, e obbedire all’ordine di organizzare nella maniera più efficiente l’eliminazione di vittime innocenti.

Una coscienza di questo tipo, in cui emozioni e ragione non hanno più rapporto con la realtà dell’altro, completamente sostituita dalle regole burocratiche, non è più in grado di chiedersi se ciò che si è fatto, è giusto o sbagliato. I nazisti, quindi, non sarebbero affatto incarnazioni degli aspetti più spregevoli dell’animo umano, ma banali individui inseriti all’interno di un meccanismo infernale. Il che comporta una pericolosa considerazione: chiunque, inserito nello stesso meccanismo, potrebbe agire nello stesso modo. Un buon padre di famiglia, o in generale una persona normale e banale, può ritrovarsi a fare del male, se inserito in un meccanismo politico–sociale che lo spinge ad agire senza pensare.

Pensare è la cosa più difficile

Questa concezione del pensare, è particolarmente innovativa, perché fa del pensiero un vero e proprio strumento fondamentale in ogni ambito della nostra esistenza. Esercitare l’attività del pensiero vuol dire mettere ordine nella vita emotiva, così come cercare di sottrarre l’agire alla sua imprevedibilità. In questo modo, diventa possibile instaurare un legame tra i diversi ambiti dell’esperienza per trovare il proprio posto nel mondo, manifestando chi si è veramente.

ritratto-immagine web
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Il dibattito rimane aperto

Il libro della Arendt suscitò molte critiche soprattutto nella comunità ebraica alla quale lei stessa apparteneva. Venne accusata infatti di banalizzare l’Olocausto, e quasi di assolvere l’uomo Eichmann. Quest’ultimo da altri era descritto come fortemente legato all’ideologia nazista, alla supremazia della razza, e non affatto inconsapevole burocrate. La critica l’accusa di avere rivoluzionato quel pensiero che, nei suoi scritti precedenti, descriveva il nazismo come il male assoluto, e non trovava nei nazisti, nulla di superficiale, o banale. Venivano oltremodo descritti come i peggiori assassini della storia; in netta contrapposizione con l’immagine che ella diede, in seguito, di Eichmann, le cui azioni non erano riconducibili ad una incontestabile malvagità.

Il dibattito sul modo che la Arendt ha di interpretare il male, e sul suo libro e l’intera sua opera è ancora aperto. Lei purtroppo morì nel 1975 e non potè né rispondere a tutte le perplessità sollevate dai critici, né può partecipare ad un dibattito che scotta ancora adesso, e non si chiuderà mai.

Cristina Di Maggio

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