La città delle bestie incantatrici – Un mondo di orrori

La città delle bestie incantatrici, film del 1987 di Yoshiaki Kawajiri, è un horror decisamente adatto per una serata di Halloween.

La città delle bestie incantatrici
I due protagonisti, Renzaburo (a sinistra) e Makie – Photo credits: Madhouse

Gli anni ’80 sono un periodo d’oro per l’animazione giapponese, che sperimentava e variava enormemente il suo prodotto. Sempre più fan occidentali erano attratti dagli anime, e sempre più cultura occidentale entrava in queste opere. In questo ambito, Yoshiaki Kawajiri, figura di spicco dello studio Madhouse, realizzò un horror erotico altamente disturbante, inadatto ai minori (e anche a molti adulti), basato su un romanzo di Hideyuki Kikuchi: Wicked City, portato in Italia con vari titoli. Il più famoso dei quali è, senza dubbio, La città delle bestie incantatrici.

Il mio nome è Taki, Renzaburo Taki

Magliato Bestie incantatrici
Il dottor Magliato e Makie – Photo credits: Madhouse

Renzaburo Taki, ufficialmente, vende materiale elettrico per un’azienda di Shibuya, quartiere di Tokyo. In realtà, è un agente segreto, incaricato di difendere il mondo umano dal “lato oscuro”, ossia il mondo dei demoni, di cui la maggior parte dell’umanità non sa nulla. Un giorno, gli viene affidato un importante lavoro: proteggere l’anziano dottor Magliato, un importante occultista italiano, per fargli firmare un nuovo accordo di pace tra i due mondi. Sarà accompagnato dalla bellissima ma pericolosa Makie, che nonostante l’apparenza, è ella stessa un demone.

Sin dall’inizio, Kawajiri impone il suo stile estremo, contrapponendo orrore, erotismo e azione nell’arco di pochi minuti. Caratteristiche ridondanti in tutta l’opera di Kawajiri, che rendono La Città delle bestie incantatrici il suo manifesto. Violenza e sesso risultano legati, ma ciò che colpisce è il suo voler mostrare quanto folle sia la ricerca, umana e non, di quest’ultimo. I personaggi si affrontano, fuggono e si cercano unicamente allo scopo di ritrovarsi poter avere un amplesso. Chi volontariamente, chi meno.

Orrore senza confini

La città delle bestie incantatrici non va per il sottile: non punta su suspense e sui “non visti”. L’orrore è evidente, palesato in maniera pornografica, con lunghe scene di splatter e violenze di ogni sorta. Kawajiri non ha nessuno scrupolo a mostrare demoni che deformano corpi umani, teste camminanti o enormi bestie tentacolari. Al contempo, uomini e donne si ritrovano in situazioni che sarebbe un eufemismo definire “sessualmente spiacevoli”, scioccanti e disgustose. Questo orrido erotismo non abbandona lo spettatore fino alla fine, poco prima del colpo di scena che cambia totalmente le carte in tavola.

Tutto questo, assieme ad un uso esagerato delle luci intermittenti (e che lo rende assolutamente sconsigliato a persone fotosensibili), rende chiaramente il film non per tutti. Un peccato, però, se si considera quanto ossessiva sia l’attenzione di Kawajiri per disegni e animazioni: volti e corpi estremamente dettagliati, animazioni fluide e complesse, un uso spettacolare dei colori. Soprattutto riguardo questi ultimi, stupisce l’uso del rosso a voler spesso tagliare la freddezza di molte scene in cui dominano il blu e il grigio.
Le mutazioni e il body horror rimandano senza dubbio a Carpenter e Junji Ito, ma sono evidenti anche ispirazioni nei confronti della saga di James Bond e del cinema noir americano.

Spiacevole soltanto che Kawajiri, per quanto sia un ottimo regista e animatore, non riesca ad essere un altrettanto bravo narratore. La storia, anche a causa di una sceneggiatura non eccelsa, risulta in alcuni punti forzata, con alcuni elementi difficili da prendere sul serio, e dialoghi spesso risibili, la cui colpa è anche essere invecchiati molto male. Tuttavia, rimane un pietra miliare sottovalutata dell’animazione giapponese anni ’80, ancora in grado di stupire per la cura dietro la sua realizzazione. Per una serata a tema horror, La città delle bestie incantatrici è un’ottima scelta.

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