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Maggio 9, 2021, domenica

La cittadinanza italiana a Patrick Zaki é un modo per ricordare che i diritti non possono essere calpestati

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Era il 7 febbraio 2020 quando Patrick George Zaki, 27 anni, veniva preso in custodia dalla polizia all’aeroporto del Cairo, perché colpevole di pensarla in modo diverso da chi governa il suo paese. Da settembre 2019, il ricercatore e attivista dell’Epir (Egyptian Initiative for Personal Rights), viveva a Bologna, per frequentare il master in Studi di genere con il programma “Gemma” coordinato dall’università di Granada, e finanziato dal programma Erasmus Mundus dell’Unione. Era tornato in Egitto per trascorrere qualche giorno con i genitori a Mansoura, sua città natale, a circa 120 km a nord est. Come raccontato a Mada Masr dal suo avvocato, Samuel Tabhet, Zaki è stato prima portato in una struttura della National Security Agency, all’interno dell’aeroporto, dove stato bendato e trattenuto con l’accusa di diffusione di notizie false, incitamento alla protesta, e turbamento della stabilità delle istituzioni; e poi trasferito negli uffici della NSA di Mansoura, dove è stato picchiato, spogliato, e torturato con scosse elettriche, ma anche minacciato di stupro e abusato verbalmente. La benda di Zaki è stata rimossa solo sabato 8 febbraio, quando è stato portato prima alla stazione di polizia di Monsoura e poi all’ufficio del pubblico ministero, dove è stato interrogato su varie questioni legate al suo lavoro e al suo attivismo; quindi sui suoi legami con l’Italia e con i parenti di Giulio Regeni. L’avvocato ha spiegato che gli agenti avevano degli screenshot della sua pagina Facebook con cui lo accusavano di aver pubblicato notizie false, incitato alla protesta, fatto appello al rovesciamento dello stato, e di gestire un account social con l’intento di “minacciare l’ordine sociale e la sicurezza e a incitare alla violenza e ad atti terroristici”. La Procura di Mansoura ha così ordinato 15 giorni di custodia cautelare, che da febbraio sono stati continuamente prorogati fino al 16 giugno, giorno in cui si sarebbe dovuta tenere l’udienza, ulteriormente slittata. Da più di un anno si trova nel carcere di Tora con accuse che vanno dalla propaganda sovversiva al terrorismo, per alcuni post sui social pubblicati da un account che Zaki dice non essere il suo. L’Epir e Amnesty Italia sono solo alcuni dei gruppi per i diritti umani ad aver rilasciato dichiarazioni che chiedono “l’immediato rilascio di Patrick George Zaki e la fine delle continue molestie e della detenzione arbitraria di professionisti dei diritti umani, membri di gruppi della società civile e giornalisti”. “All’ennesimo rinvio, è difficile trovare le parole per chiedere all’Egitto di liberare un ragazzo di 20 anni, innocente. Il triste calvario di Patrick si allunga ancora. La mobilitazione per la sua liberazione deve cambiare passo e coinvolgere le istituzioni ad ogni livello“, ha scritto su Twitter il deputato di LeU Erasmo Palazzotto, dopo aver più volte sollecitato il governo italiano a non ignorare l’arresto di Zaki, perché “come possiamo considerare l’Egitto un paese sicuro?” chiedeva.

Come Patrick Zaki ce ne sono tanti

Secondo le organizzazioni per i diritti umani sono tra i 60 e i 100mila i prigionieri politici egiziani attualmente detenuti in Egitto. Ma ultimamente sono soprattutto gli studenti impegnati con progetti di ricerca e master all’estero a subire le peggiori conseguenze. Come Patrick, dunque, ce ne sono tanti. Reprimendo chiunque non sia allineato al governo, l’Egitto è tenuto sotto controllo asfissiante dalla Human Rights Whatch, l’organizzazione che svolge attività di ricerca e di advocacy sui diritti umani, per conto di rifugiati, bambini, migranti e prigionieri politici. Con il pretesto di combattere il terrorismo – avvertono – le autorità egiziane hanno mostrato un totale disprezzo per lo Stato di diritto, soprattutto in seguito al rovesciamento del governo di Mohamed Morsi avvenuto nel luglio 2013, che ha portato il generale Abdelfattah al-Sisi alla guida, e con cui si è conferito alle forze di sicurezza poteri incontrollati, facendo sistematicamente ricorso alla tortura e alle sparizioni forzate contro i dissidenti di ogni provenienza, tra cui studenti e bambini, arbitrariamente arrestati o rapiti dalle loro case o dalle strade da parte di agenti statali. Migliaia di prigionieri sono tenuti in condizioni pessime, fino al deterioramento della salute e alla morte causata da sovraffollamento e insufficienti cure mediche. Secondo un rapporto di Amnesty Internationl, intitolato Egitto: “Tu ufficialmente non esisti”. Sparizioni forzate e torture in nome del contrasto al terrorismo, basato su 70 interviste con avvocati, operatori delle Ong, detenuti rilasciati e familiari delle vittime, “l’Egitto è tenuto nella morsa d’acciaio della repressione”. 34.000 sono le persone dietro le sbarre, per stessa ammissione del governo, ma potrebbero essere anche di più. Lo stesso Mohamed Morsi, primo presidente democraticamente eletto in Egitto, è detenuto senza la possibilità di ricevere le visite dei familiari in attesa di esecuzione, insieme ad altri attivisti e ai leader della Fratellanza musulmana, organizzazione strettamente legata al Partito della libertà e della giustizia, bandita e riconosciuta come organizzazione “terroristica” da parte delle autorità. Tra le pratiche applicate, sono diversi i metodi di tortura descritti dalle vittime e dai testimoni, tra cui l’applicazione di scariche elettriche su parti sensibili, come genitali, labbra, orecchie e denti, e ancora abusi sessuali, stupro, percosse e minacce. “Alcuni detenuti hanno descritto di essere stati sottoposti alla posizione della “griglia”: fatti ruotare mentre avevano una barra inserita tra le braccia e le gambe legate, tenuti in equilibrio tra due sedie”. Ma anche offese all’appartenenza religiosa e culturale dei detenuti e al loro orientamento sessuale. Nel mondo arabo, in generale, essere omosessuali o transessuali non è semplice. Ma in Egitto, in particolare, pur non essendo illegale, il governo di fatto contrasta la comunità Lgbt+, con accuse di “offesa alla morale”, “violazione degli insegnamenti religiosi” e “propagando di idee e moralità depravate”. Sullo stesso Zaki sono emerse opinioni diffuse su presunti complotti omosessuali: “Questo Patrick è un omosessuale che è andato a studiare per un master sull’omosessualità all’estero e che lavora per un’organizzazione di promozione dell’omosessualità”, dichiarava Nashat Al Dihy, noto presentatore del programma Carta e penna trasmesso dalla tv satellitare egiziana Ten, spiegando che L’Epir serve solo a “diffondere l’omosessualità” e che “questa faccenda e puramente interna all’Egitto”. Dopo aver dipinto Zaki come “un terrorista”, aveva infatti sottolineato che Zaki “è un cittadino egiziano, e il suo arresto è dunque una procedura al 100 per cento egiziana”. Stesso modus operandi che i mezzi d’informazione di regime egiziani avevano attuato contro Regeni, costruendo una campagna di stampa con il pretesto dell’omosessualità. Il parallelo è dunque necessario, oltre che agghiacciante. Mentre, nel frattempo, il rispetto dei diritti umani è un qualcosa di compromesso da tempo: nel 2015, 2016 e 2017 Amensty International lo aveva fatto presente, comunicando le preoccupazioni sule sparizioni forzate, i maltrattamenti, le torture e altre violazioni dei diritti umani alle autorità. Le stesse che, tuttavia, avevano negato, senza fornire prove a sostegno delle loro smentite e, anzi, accusando lo stesso Amnesty International di contribuire al proliferare delle false informazioni e idee, a sostegno di gruppi “terroristici”.  “Invece di riconoscere e affrontare il problema, il governo preferisce affermare che le accuse di violazioni dei diritti umani da parte delle sue forze non hanno fondamenta e sono il prodotto di una propaganda a favore della Fratellanza musulmana”, si legge nel rapporto.

La cosa che maggiormente preoccupa, però, è che il caso Zaki è stato riconosciuto da subito come faccenda puramente egiziana. Diversi quotidiani, come Al Masry al Youm, hanno scritto articoli volti a sottolineare che la nazionalità di Zaki è egiziana e che l’Italia non c’entra: “Quello che veicolano certi social network sul fatto che è stato arrestato un italiano di nome Patrick è falso”. Sin dall’inizio per gli amici di Zaki è stato invece importante chiamare in causa proprio l’Italia, attraverso una petizione online su Change, ma anche flash mob, e lettere di protesta arrivate inviate dall’Università Alma Mater di Bologna, in cui si auspicava che Zaki – vincitore di una borsa di studio – tornasse presto. Tra le iniziative di solidarietà, spicca quella dell’organizzazione Gofair che, attraverso la campagna “100 città con Patrick” ha chiesto ai comuni italiani di concedere la cittadinanza onoraria allo studente attivista: una richiesta per lo più simbolica, dal momento che è solo lo Stato a potergliela concedere. Partita, dunque, dal basso, la richiesta è approdata ieri al Senato, dove è stata approvata la mozione che concede la cittadinanza italiana a Patrick, chiedendo il suo rilascio immediato dalle carceri egiziane: “Una vita spezzata che ci riguarda direttamente. Perché i diritti di Zaki, sottoposto a tortura e rinchiuso in carcere nel Paese dove ha trovato una morte atroce Giulio Regeni, sono diritti universali e abbiamo il dovere, come italiani e come europei, di non essere indifferenti e di reclamare ad alta voce la sua libertà, che è anche la nostra. Questa mozione può salvare la vita di Zaki e dimostrare che per l’Italia la difesa dei diritti umani è una frontiera irrinunciabile”, ha detto il senatore del Pd Francesco Verducci, primo firmatario di quello che può rappresentare un passo importante ma anche necessario per la liberazione di Patrick, sostenuto anche dalla senatrice a vita Liliana Segre e da altri partiti.

Finalmente riuscita a fargli visita nel carcere di Tora, la ragazza ha raccontato a LaStampa che Zaki sta bene, anche se “i suoi occhi non scintillano come al solito. Parla come se fosse abituato alla situazione del carcere ma nelle sue domande e nei sorrisi sarcastici ho letto tanto dolore e tanta angoscia”. “Ancora resistendo”, ha scritto sul libro 100 anni di solitudine che le ha poi lasciato: “Gli mancano tanto i suoi affetti, lo studio, gli manca la libertà”. Nonostante l’Unione Europa si fosse impegnata, dopo il caso Regeni, a rivedere i suoi rapporti con l’Egitto, condannando, “tutti gli atti di violenza”, esortando “tutti i partiti politici ad avviare un dialogo autentico e inclusivo al fine di ripristinare un processo democratico” e sospendendo “le licenze di esportazione verso l’Egitto per qualsiasi attrezzatura che potrebbe essere usata a fini di repressione interna”, Zaki è ancora in carcere, insieme alle nostre coscienze. Come quel murales, apparso lo scorso 11 febbraio, per opera dell’artista Laika, in cui Giulio Regeni, ucciso all’inizio del 2016, rassicura Zaki con un abbraccio, ci auspichiamo che l’Italia faccia lo stesso, garantendogli allo stesso modo che “stavolta andrà tutto bene”. Perché sta volta deve andare tutto bene.

Francesca Perrotta

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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