I dati parlano forte e chiaro: la crisi climatica esiste (ed è grave). A dirlo è CESVI che, in vista della COP30 di Belém, ricorda i dati emersi dall’Indice Globale della Fame 2025 (Global Hunger Index – GHI). L’Indice è curato da CESVI stessa per l’edizione italiana, e redatto da Welthungerhilfe (WHH), Concern Worldwide e Institute for International Law of Peace and Armed Conflict (IFHV). Attualmente oltre 96 milioni di persone in 18 Paesi vanno verso l’insicurezza alimentare acuta: questo è dovuto a siccità e condizioni climatiche estreme.
Crisi climatica: temperature estreme aumentano persone a rischio malnutrizione

Il direttore generale di CESVI, Stefano Piziali, ha commentato i dati dell’Indice Globale della Fame 2025. Che “mostrano con chiarezza come gli eventi climatici estremi stiano amplificando in modo drammatico l’insicurezza alimentare, colpendo milioni di persone già vulnerabili. È indispensabile implementare immediatamente politiche di resilienza climatica efficaci. Ma anche sostenere investimenti nei sistemi alimentari sostenibili e garantire finanziamenti adeguati per l’adattamento e la mitigazione dei cambiamenti climatici, soprattutto nei Paesi più fragili. La COP30 rappresenta un’occasione decisiva per riaffermare la responsabilità collettiva di fronte a un rischio sistemico che incide sulla stabilità economica globale e sulla giustizia sociale e per fornire risposte concrete, coordinate e immediate”.
Inoltre, sappiamo che il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato. A questo si aggiungono gli eventi meteorologici estremi, che hanno raggiunto livelli record per intensità e frequenza. Il risultato influisce anche duramente su sistemi agricoli e minacciando la sicurezza alimentare globale. Ne deriva che la crisi climatica non è più episodica ma strutturale, ed è oggi uno dei principali fattori che alimentano la fame nel mondo. Nel 2024 si sono verificati 393 disastri naturali: oltre 16mila vittime, più di 167 milioni di persone e perdite economiche per oltre 241miliardi di dollari sono i risultati. In particolare, tra i due casi più emblematici vi sono il Corno d’Africa e il Pakistan. Si tratta infatti di territori duramente colpiti da eventi climatici estremi. Il clima oscilla tra siccità prolungate e alluvioni devastanti, che alimentano una spirale di malnutrizione e vulnerabilità sociale.
I risultati immediati
Ma gli eventi climatici estremi sono la seconda principale causa scatenante della malnutrizione. Al primo posto troviamo infatti le guerre. Questi due fattori precipitanti spesso si sovrappongono: è il caso della Striscia di Gaza. Qui, i due anni di conflitto hanno causato danni ambientali senza precedenti e che, per arginarli, avranno bisogni di anni. Infatti attualmente nella Striscia risultano danneggiati il 97,1% delle colture arboree, ma anche l’82,4% delle colture annuali, il 95,1% della macchia arbustiva e l’89% dei terreni erbosi o incolti. In più, il suolo è contaminato da munizioni, rifiuti solidi e acque reflue non trattate.
La situazione rende impossibile la produzione di cibo su larga scala ed espone a gravi rischi di alluvione. Da non sottovalutare anche il fatto che in tutta l’area son presenti oltre 61 milioni di tonnellate di macerie, in parte contaminate da amianto e sostanze chimiche industriali. Si tratta di una cifra 20 volte superiore al totale cumulativo di tutte le guerre precedenti a Gaza dal 2008. Situazione disperata anche sul fronte idrico, poiché le riserve di acqua dolce sono severamente limitate, e gran parte di ciò che rimane è inquinato.
Marianna Soru





