Cultura

La Ginestra di Leopardi: lezione di solidarietà dal più pessimista dei poeti

Giacomo Leopardi (1798-1837) compose “La Ginestra” o ‘’Il fiore del deserto’’ a Torre del Greco nel 1836 per esprimere l’estremo messaggio della sua riflessione. E’ qui che sembra emergere una certa visione sociale del poeta, nuova rispetto al resto della sua produzione. Si tratta infatti di un invito a prendere atto dell’eterna infelicità degli uomini ma con fare costruttivo. Riconoscere l’infelicità dell’uomo come condizione esistenziale irreversibile è il primo passo, ma è necessario stabilire un rapporto di solidarietà fra i componenti del genere umano per schierarsi contro il vero nemico: la natura.

La natura di Leopardi è ancora maligna ma per la prima volta l’autore si esprime rispetto al ruolo della collettività

Individuando nei sentimenti sociali l’unica soluzione, per Leopardi gli uomini non possono far altro che costruire una rete di solidarietà e soccorso reciproco contro le minacce della natura. È questa una delle grandi lezioni che ci ha consegnato il più pessimista – forse non così tanto a questo punto – tra i poeti. Versi per altro che oggi risuonano attuali. La natura di Leopardi potrebbe essere infatti paragonata a qualsiasi catastrofe – individuale o collettiva – con cui il genere umano è costretto a fare i conti.

La lezione di Leopardi risulta attuale di fronte al dilagare di un’epidemia che può essere sconfitta soltanto insieme

A tal proposito Olimpia Leopardi – diretta discendente del poeta – ha commentato la recente emergenza pandemica con queste parole: “Siamo tutti uniti in un grande sforzo contro un nemico invisibile, temibile, che ci fa ricordare quanto è importante la solidarietà. Nella Ginestra Giacomo Leopardi ci ricorda che l’unica difesa, l’unico modo per sopravvivere è la social catena”.

Parafrasando i celebri versi 147-149:

e quell’orror che primo

contra l’empia natura

strinse i mortali in social catena

Per una strana coincidenza il riferimento ad un’epidemia è piuttosto calzante. Nel 1836 a Napoli scoppia infatti una terribile ondata di colera. Il poeta si rifugia nella villa del cognato Antonio Ranieri, situata tra Torre del Greco e Torre Annunziata, sulle pendici del Vesuvio. Sono questi i luoghi che ispireranno Leopardi per le sue ultime liriche. E’ questa terra nera e vulcanica, a tratti inospitale e quasi presagio di morte, a fornire al poeta lo slancio per la composizione de La Ginestra. Una canzone colma di una nuova speranza, pur non sfuggendo all’inevitabile giogo del pessimismo cosmico.

Nel pessimismo emerge l’ipotesi di una ‘’adunanza’’ sentimentale giusta

Esistono delle condizioni esistenziali che permettono all’uomo di fondare una società sana? Per Leopardi la società concepita come istituzione resterà sempre segno di corruzione. Il suo pensiero non mira a riscattare le società concepite come corpi civico – politici ma a rivalutare i rapporti e legami tra gli uomini concentrandosi sull’aspetto sentimentale. Questo primo piano sui sentimenti emerge a poco a poco già nei carteggi, dove diviene sempre più frequente l’inclinazione al ricordo e al desiderio della ‘’compagnia della famiglia’’ e ‘’degli amici rari e preziosi’’.

Già nei Canti vi è un processo di sostituzione lessicale del termine ‘’società’’ con la parola ‘’compagnia’’, come segno dell’importanza che assume la componente affettiva nei legami tra individui. Il genere di società adatto all’uomo si avvicina a ciò che egli chiamava ‘’comunione di individui’’ o ‘’adunanza materiale di uomini’’ ovvero ‘’la prima forma di aggregazione della specie umana senza disuguaglianza, senza gradi, senza regole’’.

Per Giacomo Leopardi si tratta di un’unione reciproca e solidale su tutti i fronti

Un mutuo soccorso da mettere in atto per fronteggiare il pessimismo cosmico ‘’negli perigli e nelle angosce’’ che caratterizzano la battaglia della vita, così come recita il celebre intervallo di versi 128-135 de La Ginestra:

ed ordinata in pria

l’umana compagnia,

tutti fra se confederati estima

gli uomini, e tutti abbraccia

con vero amor, porgendo

valida e pronta ed aspettando aita

negli alterni perigli e nelle angosce

della guerra comune.

La ginestra è l’unico fiore che riesce a crescere lungo le pendici desolate del Vesuvio, simbolo al contempo di resistenza e di impotenza. Nella canzone convive in maniera coerente una visione catastrofica della natura umana con la proposta di una possibilità di salvezza. La consapevolezza di far parte tutti e tutte, indistintamente, di una “aspra sorte” e di potersi proteggere da essa solo con la collaborazione reciproca è un inno all’empatia e alla solidarietà. Ancora oggi – quasi duecento anni dopo essere stata scritta – indica la strada da seguire per uscire insieme dalle crisi di ogni tipo senza individualismi dannosi.

E’ necessario che gli uomini si riconoscano simili tra loro per un principio di uguaglianza

Proprio la sventura, in quanto unico interesse etico e poetico universale, cioè ‘’comune a tutte le nazioni e a tutti i secoli’’, può rilevarsi il catalizzatore dell’unione tra le ‘’umane genti’’ poiché permette di identificarsi negli altri. D’altronde quello che ci diciamo per consolarci quando siamo in balia delle difficoltà è proprio ‘’siamo tutti sulla stessa barca’’. Forse la compassione resta l’unico sentimento sociale possibile, a condizione però che l’egoismo – che non può essere eliminato in quanto legato all’autoconservazione dell’individuo – si pieghi alla pietà come la lenta ginestra si piega ‘’sotto il fascio mortal non renitente il suo capo innocente’’. Tenace ma pur sempre flessibile come la ginestra leopardiana, l’egoismo, nel sentimento della compassione, dovrà perciò essere disposto a sacrificar se stesso e uscire dal cerchio chiuso del soggetto.

Dal 1836 a oggi, però, qualcosa è cambiato. Cosa è possibile recuperare tra i versi di Giacomo Leopardi?

Rispetto alla visione del pessimismo cosmico è la Natura a essere diventata vittima dell’ego dell’uomo, che usa incoscientemente i mezzi del folle progresso iniziato all’epoca per dominarla. Per il genere umano la speranza di salvezza continua a risiedere nel pensare unicamente a sé come a un’unica entità vulnerabile, quando anche l’ambiente dovrebbe essere tutelato in quanto habitat della specie. L’inno alla solidarietà e all’empatia si può attualizzare e utilizzare come monito positivo ma il nemico contro cui schierarsi non dovrebbe essere la Natura bensì l’individualismo dell’uomo moderno – un singolo, un gruppo di persone, uno stato-nazione – mascherato da progresso.

Alessia Ceci

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