La Gioia è un film Vision Distribution, diretto da Nicolangelo Gelormini (L’arte della Gioia, Fortuna, Napoli 24) e interpretato da Francesco Colella, Valeria Golino, Saul Nanni e Jasmine Trinca.
Il film ha tutto il pattern estetico di un horror vampiresco ma si muove in direzione di una catabasi psicologica. La Gioia scava nella psicologia dei suoi personaggi, facendo venire a galla i disturbi e le mancanze di ciascuno di loro, in un clima di tensione costante che inquieta e minaccia lo spettatore.
Tra liberazione sentimentale e scoperta del Male
Gioia (Valeria Golino) è una donna di mezza età che insegna francese al liceo. Conduce una grigia esistenza e vive ancora a casa con i genitori ed è spesso costretta a subire la presenza invadente della madre. Ma soprattutto non ha mai conosciuto il vero amore. Alessio (Saul Nanni) è uno studente svogliato che ha come unico obiettivo quello di fare soldi. Per questo, usa il suo corpo e si traveste da donna per rimediare qualche euro. In questo lo aiuta Cosimo (Francesco Colella), un parrucchiere amico di sua madre Carla (Jasmine Trinca), cassiera in un supermercato che, come il figlio, ha sempre bisogno di denaro. Un giorno i destini di Gioia e Alessio si incrociano. Il ragazzo comincia ad andare spesso a casa dell’insegnante con il pretesto di prendere delle ripetizioni di francese. Tra loro nasce un legame proibito e, con il tempo, nessuno dei due può fare a meno dell’altro. Gioia è disposta a tutto, anche a cambiare completamente vita. Alessio però ha altri piani. Il film è ispirato a fatti di cronaca realmente accaduti.
La Gioia ricostruisce le vicende attorno a Gloria Rosboch, insegnante torinese, uccisa nel 2016. Il film, scritto da Chiara Tripaldi, Giuliano Scarpinato e Benedetta Mori, ha vinto il Premio Solinas per la Migliore sceneggiatura.

Fotografia e scenografia di un prisma malato
Quello che il direttore della fotografia, Gianluca Palma, riesce ad ottenere nel film La Gioia, è un prisma di colori gelidi e granulosi in cui non c’è spazio per la rifrazione della luce. Il calore umano è inibito in partenza da una fotografia massimamente desaturata. La Gioia elegge la dimensione cromatica della malattia, dell’umidità, dell’insalubrità. Di fatti il film ha un linguaggio estetico inequivocabile: nessuno in questa storia avrà pace, nessuno è nato con la fortuna del colore e della luce. La mancanza di calore visivo piove come una condanna per film e spettatore. La scenografia, curata nei minimi dettagli da Eugenia F. Di Napoli corrobora i disturbi di ciascuna creatura: la casa antica e sempre uguale in cui vive Gioia, regressa ad un tragico stato infantile; l’appartamento povero e freddo della famiglia di Alessio, il misero nightclub in cui il ragazzo balla travestito da donna per guadagnare qualcosa; e tutti i luoghi pubblici, condannati alla stessa desolazione in cui Gioia vive (la scuola, i ristoranti, il salone di parrucchiere di Cosimo).
Tutto narra la tragica novella di una donna, desiderosa di vita e di amore, che però è schiacciata da un’ inesorabile solitudine. L’alienazione si compie in definitiva nella scena dell’aeroporto e in quella dell’incontro finale con Cosimo e Alessio. Non c’è nessuno là fuori, che possa elevarla ad una vita in cui la gioia sia realizzabile. Nessuno che rompa la stasi cromatica e psicologica di questo film, in cui realismo ed espressionismo confondono i bordi.

L’Italia tra cronaca e miracoli drammaturgici
L’Italia si macchia di scandali, omicidi, adulteri ed è per questo la musa ispiratrice della drammaturgia teatrale. Non è un caso se questa storia ha ispirato prima una pièce teatrale (diretta da Scarpinato) e poi il film attuale. L’Italia è ‘terribile e appassionata’, come la definiva Machiavelli. Viviamo infatti in un Paese capace dei sentimenti più tumultuosi che l’essere umano sia capace di provare, secondo la letteratura seicentesca. L’afflato politico e pietoso dell’Italia ispira il cinema dalla notte dei tempi. Oggi questa operazione acquisisce un significativo vigore. Film come La Gioia infatti ci fanno riflettere su quanto il cinema italiano sia potente e inimitabile. L’Italia e il suo cinema, sono capaci, forse più di altri, di raccontare le storie da un punto di vista unico, conoscendo a menadito la macchia terribile della passione e quella della decadenza economica. Il regista Gelormini imbraccia la sfida coraggiosa di dar voce ad entrambi.
Egli stesso racconta per esempio quanto sia importante l’ambientazione nella periferia della città, rispetto alla possibilità di ambientarla in pieno centro a Torino. Dalla disparità economica tra centro e periferia si coglie l’occasione per sottolineare l’alienazione di Gioia. Andare in periferia non è stata dunque solo una scelta documentaristica. Il regista sposta il messaggio del film, da pura ricostruzione cronachistica ad indagine narrativa e fotografica della psiche dei personaggi, tra i quali trovare il carnefice tout court è impossibile.

Nicolangelo Gelormini, insieme agli sceneggiatori Giuliano Scarpinato e Benedetta Mori, dà vigore impetuoso al cinema italiano, lo eleva alle vette estetiche del più raffinato concettismo, grazie ad uno sposalizio tra immagine e mondo psichico, e riesce a scavare a fondo alla caratterizzazione dei due personaggi protagonisti, abbracciati nella stessa pietas esistenziale: Gioia che – come dice lei stessa – ‘è stata lenta tutta una vita’ e che con Alessio conosce il sentimento che dà titolo all’opera, forse per la prima volta; e Alessio che – relegato ad una vita degradata e anaffettiva – con lei spreca l’occasione di poter vivere tutta la tenerezza che la vita può permettersi.
I pesi massimi della recitazione
Questo film gode di un diamante brillante che è la recitazione. Il cast è semplicemente perfetto. Si fa fatica a scorgere difetti interpretativi in ciascuno degli attori chiamati a raccontare questa difficile storia. Valeria Golino (Storia d’amore, Lupo solitario, Respiro), è capace di adattare la micro-espressività da bambina fragile e insicura ad un profondità dello sguardo, confacente al sua età reale, di adulta e di insegnante. Saul Nanni (Fino alla fine, Supersex) è l’attore rivelazione del cinema attuale. Con il suo Alessio, fa un lavoro molto difficile e perfettamente riuscito. Alessio, al pari di un vampiro, si muove nel buio, lo stesso in cui trova Gioia, ma che avanza con la sete ciò che può elevarlo dalla sua pietosa condizione. La fame vampiresca si alterna in lui ai sentimenti sinceri che prova per la donna. Mancanza d’affetto, malinconia latente e desiderio di riscatto si mescolano nell’interpretazione essenziale e volutamente trattenuta di Saul Nanni, per una caratterizzazione complessa ma perfettamente espressa.
Francesco Colella (Mrs. Palyman, Suspicious minds, Volare) perla indiscussa del film, dà al suo personaggio, spregevole e assetato di soldi, una profondità recitativa inquietante. Riesce infatti a recitare con un gelo deumanizzato negli occhi e un aura ironica e affabulatrice nella voce. Il suo personaggio è il capo assoluto del Male, che mette in pratica tutto il fascino mellifluo del suo carisma. Jasmine Trinca (La stanza del figlio, Diamanti) invece comunica senza apparente sforzo un’ energia interiore dipinta di nero, che si trattiene per l’intero film, aspettando solo il momento adatto per agire. Una carnefice affascinante che aspetta al varco le sue prede. Il suo sorriso finto e maldicente ha tutte le carte per spingere chi vuole ad abbassare la guardia. Alla fine gli attori riescono nell’impresa: erigere un castello di vampiri da cui è impossibile scappare. Ed è nel titolo solamente che si sedimentano tutte le speranze del Bene umano.

Il coraggio di guardare le sfumature del Male
La tragedia alla fine si compie per entrambi i protagonisti, mandati al patibolo dalla vita e dalla società, regredendo alla stasi iniziale del film, dopo aver vissuto attimi, forse, di reale spensieratezza. La Gioia non giudica, ma scivola lenta tra le vie periferiche della mente, e si affaccia nel buco nero delle malattie e delle anime solitarie, tutte quelle di cui la società non si accorge. Il vero mostro della pellicola è la distrazione sociale, che non vede altro nel mondo, se non ciò che luccica di finta serenità. Lo spettatore, grazie a ad un’esperienza cinematografica che riempie e svuota allo stesso tempo, abbandona ogni forma di superficiale moralismo per maturare uno sguardo totalizzante sulla realtà, fatta di macro-esistenze e micro-sfumature malate. Il film ci porta, con i suoi vampiri, negli angoli umidi d’Italia e nelle pieghe indefinite dell’amore, per farci scoprire quanto tra sentimento amoroso e status sociale ci sia un nodo soffocante, troppo spesso, ai limiti del reale.
Doriana Gatta





