La guerra civile in Sudan segna oggi un nuovo capitolo con la ripresa della sede governativa da parte delle forze regolari. Ma il paese è un fantasma: quasi vuoto, è devastato da due anni di conflitto, carestia e crimini sistemici.
Il 21 marzo 2025, l’esercito sudanese ha annunciato la riconquista del palazzo presidenziale di Khartum, occupato dalle Rapid Support Forces (RSF) fin dall’inizio della guerra civile nell’aprile 2023. La sede istituzionale, simbolo dello Stato, era stata uno dei primi obiettivi presi dalle milizie di Hemedti, il comandante delle RSF.
I filmati verificati mostrano la situazione di oggi: i soldati dell’esercito regolare sono all’interno dell’edificio, e la notizia è stata confermata dal ministro dell’Informazione. Le RSF non hanno ammesso la perdita del palazzo, ma la posizione strategica è ormai considerata nelle mani delle forze governative. La riconquista è qualcosa di significativo dal punto di vista simbolico e militare. Tuttavia, non modifica la devastazione concreta che c’è sul terreno. Inutile girarci attorno: Khartum oggi è una città fantasma, con una popolazione scesa da 8 milioni a circa 2. Numeri agghiaccianti. Interi quartieri sono stati saccheggiati e rasi al suolo. Secondo testimonianze raccolte dal New York Times, i miliziani delle RSF prima di abbandonare alcune aree hanno minacciato i civili, estorcendo denaro con la forza.
Una guerra tra generali e interessi esteri, che ricade sul Sudan di oggi
Il conflitto sudanese è frutto della rottura dell’alleanza tra Abdel Fattah al-Burhan (capo dell’esercito formale) e Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti (capo delle milizie RSF). I due generali, già protagonisti del colpo di stato che affossò la transizione democratica, si sono scontrati nel 2023. Ciò avvenne dopo che Burhan tentò di integrare le RSF nell’esercito regolare.
Ma dietro lo scontro interno c’è un equilibrio geopolitico fragile e altamente influenzato da potenze esterne. Gli Emirati Arabi Uniti sono stati accusati di aver rifornito di armi le RSF attraverso voli “umanitari” atterrati nella regione del Darfur, mentre l’Egitto ha apertamente sostenuto l’esercito regolare, temendo un’espansione incontrollata delle milizie a sud del suo confine.
Anche la Russia si è inserita nella partita: il gruppo Wagner ha fornito supporto logistico e intelligence alle RSF nei mesi precedenti alla morte di Prigozhin, mentre ora il Cremlino sembra più cauto, pur mantenendo interessi attivi nel settore minerario sudanese. Il Sudan, infatti, è uno snodo cruciale per le rotte commerciali verso il Mar Rosso e una fonte strategica di oro e risorse.
L’ennesima guerra per procura che devasta un territorio
Il conflitto in Sudan è ormai a tutti gli effetti una guerra per procura, seppur meno mediatizzata e spettacolare rispetto ad altri scenari come la Siria o lo Yemen. Attori regionali e globali, pur senza intervenire direttamente con truppe sul campo, hanno progressivamente trasformato questa guerra in uno scontro per l’influenza nel Corno d’Africa, sostenendo in modo indiretto le due fazioni sudanesi rivali attraverso finanziamenti, armi, logistica e alleanze tattiche.
Nel conflitto sudanese, Egitto ed Emirati Arabi Uniti sostengono fazioni opposte, trasformando la guerra in un vero e proprio conflitto per procura. Il Cairo appoggia l’esercito regolare guidato da Burhan, figura istituzionale e militare considerata garante di una relativa stabilità regionale. Si può dire che l’Egitto sia preoccupato che una milizia autonoma come le RSF possa destabilizzare i suoi confini meridionali. Al contrario, gli Emirati Arabi Uniti sono accusati di sostenere le RSF di Hemedti con armi, fondi e rotte commerciali, attratti dal controllo sulle miniere d’oro e dall’accesso strategico al Mar Rosso.
Questo scontro riflette una più ampia competizione per l’influenza nel Corno d’Africa. Qui, attori esterni – dagli Emirati alla Russia (tramite il gruppo Wagner) – usano le fazioni sudanesi per i propri scopi. E questi scopi sono: espandere la propria presenza economica e militare senza impegnarsi in prima persona. Il Sudan è così diventato il teatro di una proxy war silenziosa, in cui le potenze regionali e globali alimentano il conflitto per difendere interessi strategici, mentre la popolazione civile ne paga il prezzo.
Un paese martoriato, dimenticato dalla comunità internazionale
Secondo le stime aggiornate dell’UNICEF, oltre 12 milioni di sudanesi sono sfollati all’interno del paese e altri 3,7 milioni hanno cercato rifugio oltre i confini. Più di 700.000 bambini rischiano la morte per fame, e le strutture sanitarie sono al collasso. La guerra ha ucciso almeno 26.000 persone, ma fonti indipendenti parlano di oltre 60.000 vittime. Entrambe le parti – esercito e RSF – sono accusate di crimini di guerra: bombardamenti indiscriminati, violenze sessuali sistemiche, e blocchi agli aiuti umanitari. Dall’altra parte Abdel Fattah al-Burhan, a capo delle milizie regolari, si presenta come garante dell’unità nazionale, ma ha bloccato la transizione democratica.
Nel frattempo, in Darfur, la città di Al Fashir è ancora sotto assedio da parte delle RSF. La milizia si dice “autonoma”, ma è in realtà legata a reti di potere economiche e clientelari (sospetti legami con Emirati Arabi, traffici d’oro e milizie regionali). L’esercito ha confermato combattimenti in corso anche nella zona di Al Malha, conquistata dai paramilitari a inizio marzo. Il conflitto, dunque, resta lontano da una risoluzione militare definitiva.
Guerra in Sudan ieri: la storia del conflitto
Il conflitto in Sudan è una guerra civile esplosa nell’aprile 2023. La guerra vede due fazioni rivali all’interno della stessa giunta militare:
- l’esercito regolare, guidato dal generale Abdel Fattah al-Burhan
- le Forze di Supporto Rapido (RSF), comandate dal generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti
Entrambi erano parte del regime militare che aveva preso il potere nel 2019 dopo la caduta di Omar al-Bashir. Tuttavia, lo scontro è emerso quando Burhan ha tentato di integrare le RSF nell’esercito, un passo previsto nell’accordo di transizione verso un governo civile. Hemedti si è opposto, temendo la perdita della propria influenza, e ha lanciato un attacco armato che ha rapidamente trasformato la disputa politica in una guerra brutale. Il conflitto è stato segnato da bombardamenti indiscriminati, violenze sessuali sistemiche, uso della fame come arma e da un’enorme crisi umanitaria, con milioni di sfollati e decine di migliaia di morti.
Il conflitto nasce da una lotta di potere tra Burhan e Hemedti, ma le sue radici affondano in interessi militari, economici e geopolitici molto complessi. La disputa sulla fusione delle RSF nell’esercito regolare ha acceso lo scontro tra due apparati armati concorrenti: da un lato c’era l’esercito statale, dall’altro una milizia paramilitare. Parliamo di una milizia ricca e autonoma, che controlla miniere d’oro, traffici transfrontalieri e gode di appoggi stranieri (soprattutto, come già detto, da Emirati Arabi e in parte dalla Russia).
Il conflitto, per concludere, riflette anche la crisi di una transizione democratica abortita, in cui in realtà nessuna delle due fazioni intendeva realmente cedere il potere ai civili. Sullo sfondo, gli attori regionali e globali hanno strumentalizzato la guerra per estendere la propria influenza. Alimentare il caos per interessi economici e di sicurezza è stata la loro strategia. Il solo fine? Controllare una zona strategica per risorse e posizione geografica, sulla pelle delle persone.
Guerra in Sudan oggi: un accordo fantasma, una pace irraggiungibile
A metà febbraio, le RSF hanno firmato con altri gruppi ribelli un accordo per formare un “governo parallelo” nei territori sotto il loro controllo. Ma a un mese di distanza, quell’accordo è rimasto lettera morta. Nonostante i proclami dell’esercito, che celebra la riconquista del palazzo presidenziale come una svolta decisiva, il Sudan rimane profondamente frammentato, senza un’autorità legittima riconosciuta da tutta la popolazione. Il rischio di una lunga guerra d’attrito resta alto, così come il pericolo che il conflitto diventi definitivamente un’arena per guerre per procura.
È facile, in una guerra, confondere simboli e realtà. Il palazzo presidenziale è tornato in mano all’esercito, ma il Sudan resta ostaggio di due generali e delle loro clientele militari. In definitiva è un bene che l’avanzata dell’esercito possa indebolire le RSF, responsabili di violenze atroci e saccheggi sistematici. Ma questo non significa affatto che il governo regolare sia “buono” o che una pace duratura sia vicina. È solo un altro episodio nella lunga agonia di un paese dove lo stupro è arma di guerra, la carestia è quotidiana e la speranza politica resta ostaggio delle armi.
Nel silenzio colpevole della comunità internazionale, il Sudan muore un giorno alla volta. E intanto si combatte per i palazzi, mentre il popolo non ha più nemmeno un tetto.
Maria Paola Pizzonia, Autore presso Metropolitan Magazine





