Cronaca

La lettera di Seid Visin: la distruttività del razzismo in poche righe

Seid Visin, 20 anni, è morto di razzismo nell’Italia del 2021 lasciando una lettera che condensa l’essenza del razzismo. Il ragazzo di origini etiopi, adottato da piccolo, si è tolto la vita ieri piegato dalla ferocia di quel razzismo che secondo tanti, troppi, non è presente in Italia.

Seid aveva militato nelle giovanili del Milan insieme a Domnarumna, poi aveva scelto di abbandonare la carriera calcistica tornando dalla sua famiglia a Nocera Inferiore in Campania.

La lettera

Seid alcuni mesi fa aveva mandato una lettera al proprio psicoterapeuta e all’associazione “Mamme Per la Pelle“, che ieri, dopo la notizia del suicidio del ragazzo, ha scelto di pubblicare il testo sulla propria pagina Facebook. Gabriella Nobile, fondatrice dell’associazione e madre adottiva di due bambini congolesi, ha tenuto a precisare:

“Quello che spero è che questa notizia non venga cannibalizzata, che non venga usata e poi subito dimenticata. Dopo che abbiamo pubblicato la lettera, ci hanno scritto tantissimi ragazzi dai 15 ai vent’anni, tutti per dire che anche a loro succede proprio come ha raccontato Seid: che vengono insultati ed esclusi per la loro pelle scura, ma che sembra che questa cosa non interessi a nessuno. Spero che questa storia terrificante aiuti a fare un passo nell’affrontare il razzismo in modo serio.”

Il dolore di Seid

Dalla lettera emerge il dolore lacerante di una ragazzo, Seid, che non aveva altra colpa se non quella di avere la pelle scura. Come direbbe Liliana Segre “la sola colpa di essere nato”. Le parole, crude e veraci, di Seid non hanno bisogno di alcun commento, eccole di seguito.

Dinanzi a questo scenario socio-politico particolare che aleggia in Italia, io, in quanto persona nera, inevitabilmente mi sento chiamato in questione.
Io non sono un immigrato.
Sono stato adottato quando ero piccolo.
Prima di questo grande flusso migratorio ricordo con un po’ di arroganza che tutti mi amavano. Ovunque fossi, ovunque andassi, ovunque mi trovassi, tutti si rivolgevano a me con grande gioia, rispetto e curiosità. Adesso, invece, questa atmosfera di pace idilliaca sembra così lontana; sembra che misticamente si sia capovolto tutto, sembra ai miei occhi piombato l’inverno con estrema irruenza e veemenza, senza preavviso, durante una giornata serena di primavera. Adesso, ovunque io vada, ovunque io sia, ovunque mi trovi sento sulle mie spalle, come un macigno, il peso degli sguardi scettici, prevenuti, schifati e impauriti delle persone.


Qualche mese fa ero riuscito a trovare un lavoro che ho dovuto lasciare perché troppe persone, prevalentemente anziane, si rifiutavano di farsi servire da me e, come se non bastasse, come se non mi sentissi già a disagio, mi additavano anche la responsabilità del fatto che molti giovani italiani (bianchi) non trovassero lavoro.
Dopo questa esperienza dentro di me é cambiato qualcosa: come se nella mia testa si fossero creati degli automatismi inconsci e per mezzo dei quali apparivo in pubblico, nella società diverso da quel che sono realmente; come se mi vergognassi di essere nero, come se avessi paura di essere scambiato per un immigrato, come se dovessi dimostrare alle persone, che non mi conoscevano, che ero come loro, che ero italiano, che ero bianco.
Il che, quando stavo con i miei amici, mi portava a fare battute di pessimo gusto sui neri e sugli immigrati, addirittura con un’aria troneggiante affermavo che ero razzista verso i neri, come a voler affermare, come a voler sottolineare che io non ero uno di quelli, che io non ero un immigrato.

L’unica cosa di troneggiante però, l’unica cosa comprensibile nel mio modo di fare era la paura.
La paura per l’odio che vedevo negli occhi della gente verso gli immigrati, la paura per il disprezzo che sentivo nella bocca della gente, persino dai miei parenti che invocavano costantemente con malinconia Mussolini. La delusione nel vedere alcuni amici (non so se posso più definirli tali) che quando mi vedono intonano all’unisono il coro ”Casa Pound”.
L’altro giorno, mi raccontava un amico, anch’egli adottato, che un po’ di tempo fa mentre giocava a calcio felice e spensierato con i suoi amici, delle signore si sono avvicinate a lui dicendogli: ”goditi questo tuo tempo, perché tra un po’ verranno a prenderti per riportarti al tuo paese”.


Con queste mie parole crude, amare, tristi, talvolta drammatiche, non voglio elemosinare commiserazione o pena, ma solo ricordare a me stesso che il disagio e la sofferenza che sto vivendo io sono una goccia d’acqua in confronto all’oceano di sofferenza che stanno vivendo quelle persone dalla spiccata e dalla vigorosa dignità, che preferiscono morire anziché condurre un’esistenza nella miseria e nell’inferno. Quelle persone che rischiano la vita, e tanti l’hanno già persa, solo per annusare, per assaporare, per assaggiare il sapore di quella che noi chiamiamo semplicemente “Vita.

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Giulia Moretti

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