C’è chi critica aspramente le manifestazioni, chi lamenta ritardi o rallentamenti. Oppure chi, come in questo caso, non approva le motivazioni giacché “i problemi in Italia passano in secondo piano”. E poi c’è chi crede che siano il mezzo principale per far sentire la propria voce. Le manifestazioni oggi, così come in passato, sono fondamentali e necessarie. Ecco perché anche quella avvenuta in Italia i giorni scorsi deve essere ricordata coerentemente, cioè: la presa di posizione contro un genocidio ancora in atto.

Cos’è una manifestazione e perché non va mai sminuita

Oggigiorno è più importate che mai ricordare che la storia, contro ogni pronostico, non ha davvero insegnato nulla. Appare quasi come un mantra tra i banchi di scuola: “dovete conoscere la storia per non commettere gli stessi errori avvenuti in passato”. Questa frase aleggia sulle teste di tutti come un macigno, poiché da quegli errori si è preso spunto per commetterne altri. Prima di entrare nel merito è fondamentale conoscere cos’è una manifestazione e perché è erroneo, secondo la storia, affermare che questa non porti nessun cambiamento.

Nel generico una manifestazione è un atto di protesta volto a esporre l’opinione collettiva che, attraverso slogan, cartelli o striscioni espone un disagio. Pertanto quando il gruppo è così numeroso il messaggio è fortificato. Dimostra unione e solidarietà per un obiettivo comune. Non esiste però un solo modo di manifestare, infatti si può scegliere di intraprendere una marcia o un discorso. È possibile persino svolgerla attraverso l’occupazione o una manifestazione corale (modalità che permette di esprimere dissenso attraverso l’emissione pubblica di rumore). Essendo questo un argomento ampiamente dibattuto, è doveroso indugiare su quanto riporta la Costituzione, il TULPS e Amnesty International.

Tensione tra la Costituzione e gli standard internazionali

La Costituzione impiega ben tre articoli in merito alla liberta di riunirsi, associarsi e manifestare il proprio pensiero (art.li 17,18 e 21 Cost.). In contrapposizione il TULPS è un regolamento emanato nel 1931, attualmente in vigore nella Repubblica italiana. Nella fattispecie il Titolo II, Capo I, art. 18 afferma che “i promotori di una riunione in luogo pubblico o aperto al pubblico, devono darne avviso, almeno tre giorni prima, al Questore” e che “i contravventori sono puniti con l’arresto fino a sei mesi e con l’ammenda da euro 103 (lire 200.000) a euro 413 (800.000)”.

Il diritto di protesta è influenzato dal TULPS in quanto può consentire alle autorità di vietare una manifestazione anche per mancata notifica. Amnesty International, organizzazione non governativa impegnata nella difesa dei diritti umani, prende posizione e dichiara che la mancata notifica non può rendere una manifestazione illegale. Sottolinea poi che un diritto, già frenato da un regolamento, trova ulteriori limitazioni da parte del governo in carica (vedi il Ddl sicurezza). Il dissenso, seppur pacifico, viene sempre più represso attraverso: denunce, sanzioni e uso spropositato della forza contro i manifestanti. Per queste ragioni le manifestazioni, svolte senza l’utilizzo di armi o violenza, devono poter essere garantite.

L’importanza delle manifestazioni, ieri così come oggi

I moti di Stonewall, 1969 - Photo Credits iStoria.it
I moti di Stonewall, 1969 – Photo Credits iStorica.it

Il desiderio di scendere in piazza e gridare a gran voce il dissenso generale è davvero inutile? Porta davvero solo rallentamenti e disordine generale? La storia, senza dover retrocedere troppo, ce lo dimostra. L’elenco è lungo, ma importante da ricordare.
La marcia del sale, 1930. La marcia per i diritti civili, 1963. La primavera di Praga, 1968. I moti di Stonewall, 1969. La rivoluzione dei Garofani, 1974. Gli scontri di Soweto, 1976. La protesta di Muharram, 1978. Le filippine in piazza, 1986. Le proteste di piazza Tienanmen, 1989. La rivoluzione Zafferano in Myanmar, 2007. La primavera araba, 2011. La rivoluzione della Gen Z in Nepal, 2025. Quindi possiamo affermare serenamente che sì, le proteste portano scompiglio, ma lo fanno sempre per una ragione. Lo fanno per apportare un cambiamento che altrimenti non avverrebbe.

La manifestazione Pro Palestina, 2025

Manifestazione Pro Palestina, 2025 - Photo Credits Karmika
Manifestazione Pro Palestina, Porto di Venezia 2025 – Photo Credits Karmika

Quanto avvenuto il 22 settembre 2025 nella penisola italiana dimostra la vicinanza di milioni di persone al popolo palestinese e alla Global Sumud Flotilla. Vicinanza espressa attraverso uno sciopero indetto da diverse organizzazioni sindacali con l’obiettivo di creare disordini e blocchi. Il dissenso si è espresso tempestivamente su molte piattaforme e testate giornalistiche, arrivando a sminuire le ragioni dello sciopero. Qualche esponente politico ha preferito strumentalizzare ciò che c’è stato di sbagliato (a opera di infiltrati nella manifestazione pacifica) per oscurare quel che davvero conta. Una meccanica comunemente usata quando il popolo entra in contrasto con quanto deciso dal governo. La manifestazione diffusa in tutta Italia è servita per dimostrare distacco da chi favorisce il genocidio. Che non tutti gioiscono nel vedere bombardate scuole e ospedali. Che non tutti vogliono rimanere in silenzio davanti un popolo in carestia.

È importante ricordare che ciò che muove una protesta non sminuisce o annulla le difficoltà più prossime a chi la manifestazione la mette in atto. Ad un certo punto, però, vi è da compiere una scelta. C’è chi spera in un cambiamento politico attraverso elezioni o referendum e chi crede che tanto nulla cambierà. Alcuni pensano che il ritardo in ufficio sia più importante dell’uccisione di milioni di persone, altri sperano che il “cessate il fuoco” venga ascoltato. Un popolo che si unisce per chiedere un cambiamento è quel che dovrebbe apparire in prima pagina. Se qualcuno cerca di oscurarla allora la manifestazione sta andando nella giusta direzione.

Stefania Cirillo