Metropolitan Today

La nascita dello Stato di Israele e della Nakba, la catastrofe

Il 29 Novembre del 1947 l’ONU votava la non-risoluzione che avrebbe portato alla creazione dello Stato di Israele e al tempo stesso alla nascita della guerra che ancora oggi divide israeliani e palestinesi. Per il popolo palestinese – di cui oggi si celebra la giornata internazionale di solidarietà – è dunque una data emblematica e drammatica.

Il verdetto che portò alla nascita dello Stato di Israele

crediti: www.sde.org.tr

Quel giorno si votò per uno specifico piano di spartizione della Palestina con la creazione di due stati, uno arabo e l’altro ebraico e con Gerusalemme sottoposta al controllo internazionale. Per essere approvata la risoluzione avrebbe dovuto ottenere due terzi dei voti a favore. Al momento del verdetto finale furono contati trentatré sì, tredici no, dieci astenuti e così la mozione passò. Ma se nel mondo ebraico ci furono celebrazioni e festeggiamenti, i rappresentanti degli stati arabi non mostrarono lo stesso entusiasmo.

I delegati di Siria, Libano, Iraq, Arabia Saudita, Yemen ed Egitto si alzarono e uscirono dalla sala dell’Assemblea. Un comunicato dell’alto Comitato Arabo trasmesso al segretario generale Liecon informò poi che gli arabi palestinesi non avrebbero mai accettato la spartizione. La mattina dopo in Palestina esplosero i primi colpi di quella che sarà considerata la Guerra di Indipendenza dagli israeliani e la Nakba – catastrofe – dal mondo arabo.

Premesse storiche

Storicamente gli arabi – in maggioranza – e gli ebrei – in minoranza – insieme ad altre numerose etnie, vivevano gli uni accanto agli altri nelle città della regione palestinese, sostentandosi grazie all’allevamento e all’agricoltura. In epoca coloniale la posizione della Palestina rappresentava – soprattutto per l’Inghilterra – un nodo strategico per la difesa della rotta commerciale per l’India. L’importanza geografica della Palestina aumentò ulteriormente dopo l’apertura del canale di Suez, nel 1869, e in concomitanza con questo evento circa un milione di ebrei abbandonarono l’impero zarista per rifugiarsi nei paesi occidentali e in Palestina. Con la crescita dei nazionalismi europei di fine ottocento la minoranza ebraica partecipò al nuovo clima nazionalistico con l’obiettivo di insediarsi appunto proprio in Palestina.

La finalità dell’organizzazione Sionista Mondiale fondata nel 1897 da Theodor Herzl: creare uno Stato ebraico in Palestina

L’acquisizione da parte del movimento sionista mondiale di terreni in Palestina comincia all’inizio del novecento. Nel 1901 viene istituito il Fondo Nazionale Ebraico, finalizzato alla raccolta di fondi per l’acquisto di terreni in Eretz Yisrael, la terra promessa al popolo ebraico, secondo le sacre scritture. Dopo la prima Guerra Mondiale, la Gran Bretagna ottiene l’affidamento del mandato sulla Palestina. Durante il periodo del protettorato britannico gli ebrei continuano ad emigrare in Palestina, comprando terreni e sviluppando l’agricoltura con tecnologie avanzate. Dopo la seconda guerra mondiale l’Inghilterra rimette il mandato, lasciando la questione palestinese nelle mani dell’Organizzazione della Nazioni Unite, responsabile da quel momento del futuro del paese.

Il 14 maggio 1948 la Gran Bretagna lascia la Palestina e Ben Gurion proclama ufficialmente la nascita dello Stato di Israele. Con quali conseguenze?

Dopo la proclamazione dello Stato di Israele gli stati arabi confinanti – solidali con la Palestina – organizzarono un’avanzata militare ma furono immediatamente sconfitti. Tra il 1947 ed il 1948 più di 700 mila palestinesi furono costretti a lasciare le proprie città, mentre le forze militari sioniste continuavano ad occupare il 78% della Palestina storica. La Linea dell’Armistizio del 1949 – conosciuta come “Linea Verde” – è il confine generalmente riconosciuto tra Israele e la Palestina pre-1967, ovvero prima che Israele occupasse i restanti territori palestinesi durante la guerra del giugno 1967. I rifugiati palestinesi non hanno così mai potuto fare ritorno alle proprie terre, nonostante il diritto al ritorno dei rifugiati sia sancito dall’ONU con la risoluzione 194.

Hanno trovato tuttavia riparo nei territori più interni della Palestina, oltre che in Siria, Libano e Giordania. Da allora continuano a vivere in campi gestiti dall’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente) e a mantenere il loro status di rifugiato ed il formale “diritto al ritorno”.

Quasi la metà della popolazione palestinese nel mondo è attualmente rifugiata

Secondo l’UNRWA, si tratta di 5,6 milioni di persone. Più di 1,5 milioni vivono nei campi profughi in Giordania, Libano, Siria, Striscia di Gaza e Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est. Dopo i siriani, si tratta del più corposo numero di rifugiati al mondo. Il loro simbolo è una chiave ed è posta all’entrata dei principali campi profughi. Rappresenta la memoria dell’unico oggetto che fu lasciato alle famiglie nel momento in cui dovettero abbandonare le loro case. La promessa era il ritorno dopo tre giorni. Ma questo, dopo più di 70 anni, non è ancora accaduto.

Alessia Ceci

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